PAOLO, L’INTELLETTUALE CRISTIANO

 
   


Il primo contatto esteriore tra il Cristianesimo pur neonato e la filosofia antica ebbe luogo in Atene, sull’Areopago. Il discorso dell’apostolo Paolo di cui ci trasmette un breve estratto Luca negli Atti degli Apostoli, rappresenta in realtà un documento di significato storico mondiale. Anzitutto esso contiene un riconoscimento della religiosità antica. “ Ateniesi, io vi trovo per ogni rispetto eminentemente religiosi”. Nessuna parola di zelo giudaico contro il culto dei demoni o l’adorazione degli idoli, ma, accortamente, egli parla solo di simulacri degli dei(sebasmata). Questo mondo degli dei greci non è più un cerchio chiuso, e tutti i meravigliosi templi dell’Acropoli d’Atene, il Partendone, l’Erechtheion, il Theseion, l’Olympieion, non possono mascherare il fatto che gli Ateniesi avevano riconosciuto l’incompletezza del loro sistema di divinità, poiché avevano eretto un altare al Dio ignoto. Questo Dio ignoto, che è quello che Paolo intende predicare, è non il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, ma il Dio che ha fatto la terra, e che, quale unico Dio, simboleggia anche l’unità della razza umana. Indubbiamente, questo Dio è il Dio creatore, colui che ha fatto il mondo, e tutto ciò che vi si contiene, colui che è il Signore del cielo e della terra. Con tale dottrina del Dio creatore il Cristianesimo si poneva in contraddizione con quanto avevano insegnato anche quei filosofi che più s’erano avvicinati alla dottrina cristiana, come Platone e Aristotele. Ma Paolo non colloca questo Dio in un’assoluta e insormontabile trascendenza, secondo la maniera con cui lo concepisce il Vecchio Testamento, bensì cerca di gettare un ponte verso il panteismo degli Stoici e l’idea dell’immanenza dei Greci e del loro mito, giacché “in lui viviamo, ci moviamo e siamo”. Egli non cita alcun profeta del Vecchio Testamento, bensì uno scrittore greco, Arato, il quale ha detto: “poiché anche noi siamo progenie di lui”. Col riconoscere che noi siamo non solo creature, ma anche progenie di Dio, egli stabilisce un punto di contatto col mistero dell’incarnazione di Dio, che ai Greci era di più facile comprensione che non agli Ebrei ed entrava maggiormente nel loro pensiero. Però egli va incontro a un insuccesso quando comincia a parlare della resurrezione dei morti. Che il corpo potesse essere compreso nel sistema della redenzione era una cosa diventata incomprensibile ai Greci di quel tempo; e nemmeno gli odierni amici della grecità la comprendono nel suo significato integrale, Essi attribuiscono piuttosto al Cristianesimo un dualismo tra corpo e anima, che Paolo sull’Areopago di Atene non ha assolutamente predicato. Un dualismo, con cui certo, se egli lo avesse predicato, sarebbe riuscito ad attirare a sé la metà dei filosofi suoi ascoltatori.
Così Paolo,-forse con una geniale improvvisazione, giacché, secondo la notizia degli Atti degli Apostoli, sembra che il suo discorso non fosse stato preparato-ha segnato le linee lungo le quali doveva sistemarsi poi il rapporto tra il Cristianesimo e l’antichità. Con grande audacia egli aveva sostituito al leggio della Sinagoga la cattedra del filosofo antico. Certo, Paolo non è ancora ciò che noi chiameremmo un umanista cristiano. Egli oscilla con singolare ambiguità tra Giudaismo e Ellenismo. E’ significativo che il Giudaismo odierno scorge in Paolo colui che ha staccato il Cristianesimo dal suo suolo materno giudaico e lo ha immesso nel mondo classico; è significativo che sia Paolo e non Cristo che costituisce, per esso Giudaismo, la pietra dello scandalo. Viceversa altri, che si affaticano a presentare Cristo come ariano, scorgono appunto in Paolo l’ebreo, che dell’ariana dottrina di redenzione di Gesù ha fatto una teologia giudaica. La verità è che in Paolo si trovano frammisti, e non ancora ben chiarificati gli uni di fronte agli altri,elementi del Vecchio Testamento, del Cristianesimo primitivo, del tardo Giudaismo e della Grecità. Se si vuole assolutamente parlare d’una teologia in Paolo, si tratta di una teologia senza preparazione filosofica. La parola “psiche” è usata da Paolo in cinque significati, la parola “neuma” in tre, i quali inoltre mutano di continuo. E’ difficile, e, dal punto di vista puramente filologico, impossibile, decidere se Paolo era un partigiano della dottrina diotomistica, secondo la quale l’uomo consta di anima e corpo, o se egli in conformità al tricotomismo platonico aderisse alla concezione che l’uomo consiste di soma, psiche e neuma, cioè corpo, anima e spirito. Paolo fu una delle figure più rivoluzionarie della storia del mondo; egli ha con indomabile fervore, contro l’opposizione degli altri Apostoli, trasformato il Cristianesimo da una setta giudaica in una chiesa mondiale, la quale all’epoca della sua morte era ancora in germe. Si può forse, nel suo discorso sull’Areopago trovare il germe d’un futuro Umanesimo, ma il tema era solo accennato, non sviluppato. Il Cristianesimo non venne al mondo con un Umanesimo già pronto, ma bisognava che questo Umanesimo “divenisse” soltanto in un lungo processo di secoli. E’ però merito geniale di Paolo l’aver tracciata la direzione di questo processo mediante il riconoscimento della religiosità e della sapienza filosofica greca, mediante una relativa sgiudeizzazione della dottrina cristiana e dello stile di vita cristiano e mediante la vigorosa accentuazione di quelle verità fondamentali che ai Greci dovevano di primo acchito apparire una pazzia e uno scandalo, ma che in realtà erano il completamento del pensiero greco: creazione del mondo, incarnazione di Dio, resurrezione della carne, storicità e unicità della redenzione.
Certo questo collegamento che Paolo aveva tracciato sull’Areopago tra Gerusalemme ed Atene, tra filosofia antica e rivelazione cristiana, non era destinato a passare senza opposizione. La comunità originaria in Gerusalemme sotto Giacomo, non lo ha mai bene inteso. Ma anche più tardi, e in realtà durante tutta la storia della Chiesa, tale opposizione contro di esso si fa di continuo chiaramente sentire. “Che cosa c’è di comune fra Atene e Gerusalemme? Che cosa tra l’Accademia e la Chiesa? Che cosa tra gli eretici e i Cristiani? La nostra dottrina proviene dal tempio di Salomone, il quale ha insegnato che Dio deve essere cercato nella semplicità del cuore. O che forse è stato uno Stoico o un Platonico o un Dialettico a produrre il Cristianesimo? Noi dopo Gesù Cristo non abbiamo più bisogno di nessuna curiosità, né di alcuna investigazione dopo l’Evangelo. Poiché crediamo, non bramiamo nulla di più tranne credere”. Queste amare parole scrisse il bollente dottore della Chiesa Tertulliano. Quantunque oggi esse possono suonare radicalmente cristiane e teologiche, allora esprimevano pensieri devianti d’un singolo individuo, che finì nell’eresia. Esse stanno in pieno contrasto con la concorde opinione dei Padri e del Cristianesimo primitivo, che da Giustino Martire- il quale ha formulato la sentenza: “ tutto ciò che è bello e buono e buono, appartiene a noi Cristiani”-in poi, ha sempre considerato con rispetto la sapienza e la filosofia greche.
Gerusalemme, Atene e Roma sono e rimangono le tre città simboliche del Cristianesimo. Gerusalemme è la patria, la città della vita, della dottrina e della passione redentrice di nostro Signore ; Atene, la città della scuola, della filosofia e della scienza; Roma, che, come capitale dell’Impero, era anche predisposta a divenire capitale della Chiesa. Questo trinomio appare così strettamente connesso che chi vuol attaccare il tutto, cioè il Cristianesimo cattolico, deve cercare di rompere “ questa” unità, o almeno di scartare una di queste rocce basilari. Così dall’epoca dell’Illuminismo sino ai giorni nostri v’è una scienza critica della storia e dello spirito la quale, con molta fatica, cerca di dimostrare che quanto d’apparentemente nuovo ha apportato il Cristianesimo era da lungo tempo contenuto nell’ultimo periodo dell’antichità. Qui permane l’enigma di Gerusalemme. Come arrivò Gerusalemme, insignificante città in terra giudaica, cioè in un angolo disprezzato del mondo antico, a questa sua funzione storica mondiale ? Roma aveva la forza e l’ordine statale. Atene aveva la sapienza e la bellezza dell’arte, sotto il principato di Cesare Augusto, erano venute a trovarsi in uno stadio di umanità, di pace e di giustizia.Ma la salvazione, la redenzione, venne dalla rivelazione del Nuovo Testamento. Chi riesce a vedere nella storia qualcosa di più di una serie cronologica di avvenimenti concatenatisi, ricava dall’antichità immediatamente precristiana l’impressione che non vi era ormai più altro che uno stanco e scettico pessimismo, ovvero la gioiosa speranza di un’anima candida, come quella di Virgilio, che qualcosa di nuovo dovesse sopraggiungere. Sì, i tempi erano compiuti: giacché Roma con la sua potenza si avvicinava alla fine, Atene con la sua bellezza e la sua sapienza alla fine era già, ma anche Gerusalemme, con la sua religiosità stretta alla legge, lo era.
Una diversa via segue la teologia e la storia dei dogmi liberal-protestante, p. es. in Adolfo Harnack. Secondo essa il Cristianesimo originale è l’originaria dottrina di Gesù, una cosa del tutto interna al Giudaismo e che non si può intendere se non guardandola da Gerusalemme. Anche qui siamo in presenza di un enorme spreco di acutezza e di dottrina che non rende giustizia ai fatti. La storia sembra avere l’inestirpabile tendenza a realizzare sempre ciò che secondo il giudizio dei professori non avrebbe dovuto. Il Cristianesimo di Harnack, che egli vorrebbe separare nettamente dall’Ellenismo, non è mai esistito. Già quando Paolo si presentava ai filosofi sull’Areopago, veniva esteriormente proclamato con tutta solennità il diritto ereditario che il Cristianesimo nato pretendeva sulla sapienza antica; e il processo d’ellenizzazione era in pieno corso. Quindi bisogna logicamente cominciare da Paolo e Giovanni se si vuole mettere in dubbio il congiungimento tra Cristianesimo e Ellenismo. Ed è lecito domandarsi che cosa di concreto rimane allora d’un Cristianesimo non ellenico.
Ma anche chi attacca Roma, attacca il Cristianesimo nella sua totalità.Questo fu il tragico destino di Lutero, il quale, dopodiché non volle più riconoscere l’unità della Chiesa visibile e la sua autorità romana, fu costretto a rigettare anche i valori culturale dell’antichità e a porsi in opposizione non solo alla Scolastica, ma anche al Rinascimento e all’Umanesimo, e dovette quindi rinunciare non solo a Roma ma anche ad Atene. Il contrario accade ai sostenitore d’un Latinismo integrale, p.es. all’Action Francaise, a Charles Maurras, e in Italia ad Evola. Essi vogliono staccarsi da Gerusalemme, e devono con ciò, senza volerlo, staccarsi anche da Roma. E’ una logica implacabile-si potrebbe dire anche crudele-quella che congloba gli adoratori dell’ordine e della chiarezza romani, della bellezza e sapienza ellenica, nella stessa cerchia d’eresia col fanatico africano Tertulliano, con Savonarola, il nemico dell’arte, e con Lutero, “il barbaro germanico “: gli estetizzanti coi moralisti, i veneratori delle civiltà autonome ed integre coi mistici fanatizzati per una sopranatura soltanto trascendente.
Alla domanda di Tertulliano che cosa vi sia dunque di comune tra i filosofi della Grecia, i profeti dell’Antico Patto e gli apostoli, il filosofo francese Etienne Gilson ha alcuni anni fa in nome della dottrina tomistica così risposto : “ L’uomo, quella inseparabile unità di corpo ed anima, che certo senza il Cristianesimo non poteva salvarsi, ma senza del quale anche il Cristianesimo non avrebbe trovato nulla da salvare”. I teologi e i filosofi del Cristianesimo trovarono appunto questa conoscenza dell’uomo nei filosofi antichi, nel primo millennio in Platone e nei Neoplatonici, indi, dal principio della Scolastica in poi, in Aristotele. La filosofia degli antichi non è per il Cristianesimo alcunché di storicamente casuale, qualcosa d’aggiunto come mera sovrapposizione esteriore e che avrebbe potuto altrettanto bene anche non esserci; bensì essa possiede per il Cristianesimo un carattere provvidenziale. E l’ affacciarsi d’una nuova e moderna filosofia non ha scosso questo carattere provvidenziale, ma l’ha anzi raffermato. Poiché ciò che la conoscenza umana può raggiungere senza la rivelazione, lo si avverte meglio là dove essa conoscenza era ridotta soltanto alle sue proprie forze. La filosofia moderna ha in ogni punto a suo presupposto il fatto della rivelazione cristiana: anche, e non nella misura minore, là dove essa giunge a risultati anticristiani. Solo la filosofia precristiana è interamente vergine e impregiudicata al riguardo: cioè essa non ha bisogno di essere né cristiana né anticristiana. Questa è la ragione per cui lo spirito ellenico è modello di classicità per ogni tempo. Lo spirito moderno ricade di continuo in tentazioni romantiche. Anche là dove esso vuol risalire alle fonti o alle Madri, esso cerca la via all’originaria verità, non attraverso la tradizione, ma quasi girando attorno alla tradizione e saltandola a pié pari.
Lo sviluppo della filosofia greca dimostra anche che la temporalità e la storicità, che spettano alle cose e che i Greci non negavano né riducevano ad apparenze come gli Indiani, non costituisce alcun ostacolo alla conoscibilità delle cose stesse. Anche nell’essere che muta, accade, diviene, opera il Logos. Ma i greci potevano attingere questa conoscenza solo pel fatto che essi, a differenza dei moderni, non erano uomini solo unilateralmente tecnici, attivistici, ma volevano anzitutto intendere e conoscere il mondo prima di manipolarlo tecnicamente.Il bìos theoretikòs, la vita contemplativa, cioè della riflessione intellettuale, ebbe sempre, per loro, la prevalenza sul bios politikòs, sulla vita delle occupazioni, degli affari, delle opere. Così i Greci poterono anche senza preconcetti accettare la verità della rivelazione cristiana. “ La manifestazione del Logos in forma umana fu soltanto una sorta di adempimento e coronamento finale di quella corrente di pensiero filosofica greca che riconosceva la presenza del Logos in tutto ciò che è oggetto di percezione. Un pensiero che era abituato a riconoscere che ogni accadere era determinato dal Logos, non poteva trovare nessuna difficoltà a vedere nella storia il Logos anche in una persona umana e divina. Sarebbe una concezione errata ritenere che i Greci avrebbero dovuto essere infedeli al loro principio d’investigazione indipendente della verità accogliendo il Cristianesimo e sottoponendosi all’autorità della Chiesa. Bastava invece che essi rimanessero fedeli a se stessi e continuassero a procedere col pensiero sul binario della loro filosofia, per rendersi, per così dire, maturi per la rivelazione cristiana.


 

 
 
 

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