LA GIUSTIZIA


La giustizia è la virtù morale che ci obbliga a rispettare i diritti altrui.
Ognuno di noi ha un’inviolabile autonomia della persona; un dovere imprescindibile di innestare una personalità sul dato metafisico personale acquisito per creazione; ha il diritto a tutti mezzi necessari per assicurare l’esistenza e lo sviluppo della propria persona.
L’autonomia della persona è indicata con il pronome : “io”. Tutto ciò che all’uomo è necessario per reggere la propria vita ed alimentare il proprio sviluppo è indicato con l’aggettivo : “mio”. Ognuno di noi ha le facoltà morali di esistere, possedere, agire, apprendere. La giustizia è la virtù morale che ci obbliga al rispetto di questi sacri diritti degli altri.
Pertanto, la virtù della giustizia appare legata all’ordine: regola l’ordine e lo pone.
Nel significato oggettivo è l’ordine stesso; nel senso soggettivo è la virtù che rispetta l’ordine.
E’ una virtù di relazione, in quanto è congenito alla sua essenza il soddisfare ad un diritto che si rinviene in altra persona. Rende agli altri ciò che agli altri è dovuto : la sua formale onestà consiste nel soddisfare ad una esigenza di diritto. Rende agli altri quanto agli altri è dovuto, “ ad aequalitatem”. E’ la virtù che regola le relazioni tra gli uomini. E’ basata sull’eguaglianza e, per il rispetto di questa, è disposta a rinunziare alla propria utilità.
E’ una virtù generale, che investe, cioè, tutta la vita. Interviene in tutti i nostri atti, perché essi sono in rapporto con l’ordine, che ci unisce ai nostri simili. Ci indica il posto da prendere nell’ordine universale.
E’ inseparabile dalla pace: “Giustizia e pace si danno l’amplesso”. La pace è una sua creatura, un suo fiore. Se la pace è tranquillità nell’ordine, non è concepibile senza la giustizia che, nel suo significato oggettivo, è sinonimo di ordine. La pace senza ordine, cioè, senza giustizia, è una pace senza tranquillità: una pace che non è pace. Una pace imposta con la violazione del diritto, che il soffocato subisce per impossibilità di far valere il rispetto dei suoi ineliminabili diritti.
E’ nota la comune distinzione tra giustizia generale, giustizia distributiva e giustizia commutativa. Appare evidente che la distinzione è artificiosa, perché ognuna include l’altra; è utile, però, perché ci permette di cogliere meglio aspetti differenti della stessa virtù.
Il nome di giustizia generale è stato riservato all’aspetto secondo il quale l’uomo si preoccupa del bene comune e vi si dedica. Spesso è anche indicata con il nome di giustizia sociale o legale, perché ha come oggetto la società e si esprime per mezzo della legge. La giustizia legale, pertanto, è l’aspetto particolare della giustizia, mediante la quale l’uomo compie il suo dovere verso la società. Spinge l’uomo a preoccuparsi delle condizioni di vita della collettività, ad amare gli uomini sotto l’aspetto speciale della loro vita comune. Sviluppa il senso sociale, degli interessi collettivi. Però il fine resta sempre il bene dell’uomo, anche se cercato nel bene della collettività. La giustizia generale cessa, perciò, di essere virtù, quando si isola dall’amore dell’uomo, quando perde la vista che la società ha per fine la felicità degli uomini.
Le preoccupazioni eccessive del prestigio nazionale, a discapito degli uomini che costituiscono la nazione, sono delle deviazioni dalla giustizia sociale. Sono le cosiddette politiche di prestigio, che rovinano le nazioni con l’aspirazione di procurarne la grandezza. La vera giustizia sociale è indivisibile dalla persuasione che la società per l’uomo e che innanzi tutto va cercato il suo bene.
La giustizia distributiva è la virtù che aiuta chi guida la società, nella sua opera di distribuzione dei vantaggi sociali. Si fonda, come ogni aspetto della giustizia, sulla eguaglianza fondamentale degli uomini, che dà a tutti il diritto di essere trattati, non nello stesso modo, ma secondo una stessa regola, secondo una proporzionalità geometrica ai meriti, come suggeriva Aristotele. La regola dell’eguaglianza esige che ogni uomo occupi nella società un posto rispondente ai suoi meriti e che la valutazione di questi meriti, per la necessaria retribuzione, avvenga secondo una norma oggettiva valida per tutti. E’ tanto difficile dosare meriti e retribuzioni diversi !

Le società sono in pace nella misura in cui i loro membri hanno l’impressione di non subire ingiustizie considerevoli. Perciò la pace sociale è la risultante della collaborazione tra l’umiltà di chi sta a capo e l’obbedienza di chi deve eseguire i suoi ordini. Il superiore che non accetta i limiti del proprio potere, è un despota ; il suddito non incline all’obbedienza è un insubordinato ribelle. La tranquillità della società è nell’armonia delle virtù di chi comanda e di chi obbedisce.
La giustizia commutativa è quella che regola i rapporti tra uomo e uomo. E’ la virtù che ci fa vedere negli altri gli stessi nostri diritti e ci impone il dovere di rispettarli.
Anche in questo aspetto della virtù della giustizia, la nota fondamentale è quella della eguaglianza degli uomini, che ci spinge a trattare gli altri come stimiamo aver il diritto di essere trattati noi.
Sono tanti i diritti da rispettare negli altri quanti sono i nostri diritti : diritto alla vita, diritto alla proprietà, diritto all’onore, diritto alla buona reputazione, ecc. La virtù della giustizia obbliga a rispettare questi diritti, ed obbliga chi li ha violati alla restituzione ed alla riparazione dei danni procurati.
Quante volte i nostri giudizi avventati sul nostro prossimo ci portano a conclusioni temerarie ! Ma quale autorità abbiamo per formulare dei giudizi sugli altri ? “ Chi sei tu che ti permetti di giudicare il domestico altrui ? Se sta in piede o cade, ciò riguarda il suo signore”. E quando abbiamo l’autorità per emettere dei giudizi, ne abbiamo la capacità ? Solo Dio “ vede nel cuore”, mentre a noi non è consentito di penetrare nell’intimo e ci tocca giudicare sulle apparenze. Perciò il Signore insistentemente ci comanda di non giudicare : “ Non giudicate !”. Molte volte i nostri apprezzamenti leggeri ledono la stima del prossimo, gli tolgono, cioè, il più grande dei beni : “ Il buon nome vale più di grandi ricchezze”.
Altri vizi che ci oppongono alla virtù della giustizia sono : l’invidia, la cattiva emulazione, l’odio, l’ambizione, che ci fanno considerare il prossimo come un nemico da vincere per l’affermazione del nostro orgoglio.
Mentre c’è tutto un corteo di virtù che sono associate alla giustizia e ne favoriscono lo sviluppo. Chi non ricorda la lettera di S. Paolo a Filemone ? L’Apostolo rimandava al “ Philemoni dilecto et adiutori” lo schiavo Onesimo, che, sfuggito alla sorveglianza del suo padrone, si era rifugiato presso di lui. Però lo esortava a trattare il trasfuga non più come servo, ma come “ fratello carissimo” . Il Convertito di Damasco non aveva l’autorità di abolire l’istituzione giuridica della schiavitù, ma ne spezzava l’essenza , quando imponeva di trattare lo schiavo non più come servo, ma come avrebbe trattato lui stesso. La legge, in seguito, si preoccupò di fare giustizia di un’istituzione che era rimasta senza anima, perché spezzata dalla carità. La giustizia è fatta per imporre il rispetto degli altri diritti a chi è rimasto sordo alla voce della carità.
Cristo, infatti, mentre era Dio si umiliò assumendo la natura umana per arricchirla delle sue virtù. Tu, dunque, svesti chi Cristo vestì ? Ciò tu fai, quando ricerchi il tuo utile a danno degli altri.
La carità è l’anima della giustizia ! E’ veramente giusto chi sente come dovere di giustizia i doveri imposti dalla carità : “ Il compimento della legge è dunque l’amore”.


 



 
 
 

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