:: RIFLESSIONI ::



     
 
   
L'INFINITO

L’uomo aspira a conoscere e a possedere l’infinito: l’intelligenza, incessantemente irrequieta, passa da una verità all’altra nell’assillo di conoscere la Verità: la volontà si slancia da un bene all’altro in cerca del Bene, non sapendo che la verità e il bene sono DIO.

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NELL’INMENSO

Lontano appare il cosmo stellato in questa notte di peregrinazione universale. E le stelle più fulgide si aggrappano l’una all’altra nella coppa celeste trapunta d’infiniti diamanti.
M’immergo nell’immenso e vago nell’estrema polarità dell’incompiuto, cui soggiace l’umana fantasia.

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Qualora il tribunale umano non ci giudicasse in modo giusto ed imparziale, noi cristiani sappiamo e crediamo che ci troveremo un giorno davanti ad un supremo giudice retto ed onnisciente, il quale finalmente riconoscerà i meriti di chi ha vissuto senza sprecare la propria esistenza.

Nicola Costantino

 
   
     
 
   

DIO E’ PURA ESSENZA

Il mio corpo percepisce il patire,
la mia anima conosce il morire,
poiché preesiste al sentire.
Tra la vita e la morte vi è una linea
di demarcazione che viene superata da una
entità che collega un mondo all’altro.
L’immortalità fa vivere oltre l’esistenza fisica,
nell’aldilà che rincorriamo con la nostra essenza.

 
   

 

RIFLESSIONI DELL'AUTORE

  Droga: la legge non basta  
  Troppe le ingiustizie che dominano...  
  Esimio dott.Vespa  
  Uccidere un libro  
  Paolo l'ntellettuale cristiano  
  La felicità  
  La cultura e la vita dei greci.
Origini della filosofia greca
 
  Cosa si intende per "Poesia"  
  Rosmini nella sua essenza  
  Brevi cenni sulla filosofia  
  Consumismo e valori dell’uomo contemporaneo  
  Dante e il suo poema  
  Giacomo Leopardi  
  "Considerazioni" sulla lingua italiana  
   
   
   

Annotazione su Leonardo Sciascia

     
     
     
     
     
  Per capire il Novecento    
  Pensiero Metafisico    
  Un pensiero sulla Madre    
  C'era una volta l'etica    
   

HOMO FERINUS

 
  MODERNITA'    
 

LA SOLITUDINE UCCIDE

   
 

LA PRECARIETA' DELLA CONDIZIONE UMANA

   
 

UN MONDO SENZA AMORE

   
  COSCIENZA E MORALE    
 

ETTORE MAJORANA
RIFIUTO’ DI CONTRIBUIRE ALL’ERA ATOMICA

   
 


STERMINIO NAZISTA

   
 


GIUDIZIO E PREGIUDIZIO
LA PICCOLA STORIA PRIVATA DI
MANUELINA

   
   



Un commento al libro di Giovanni Reale sulle Radici culturali e spirituali dell'Europa

nell'intervista della giornalista e scrittrice Manuela Kalivaci a Nicola Costantino
 
   



     
Discorso filosofico sulla maternità nell’epoca della postmodernità
 
   

Se si vuole definire l’essenza del discorso filosofico, non si può eludere la funzione della philo-sophia come vero sapere e corretto agire. Secondo una tale funzione, filosofia è quindi amore del vero e del bene, come ha insegnato Platone. Essa fornisce ancora un orientamento verso il Sommo Bene, che è la coincidenza di teoreticità e di prassicità.
Nel mondo di oggi sempre più orientato al possesso, la gerarchia dei valori è stata violentemente spostata in favore dell’utile e dell’efficace e la cultura si è avviata a identificare il vero con l’opinione e il Bene con l’utile.In questo contesto si è verificato un capovolgimento nichilista, che si esprime in una forma di utilitarismo incapace di superare la soglia di sbarramento egoistico. La realtà viene diformata e falsificata ed i valori diventano inutili, ingombranti e anacronistici. Non c’è dubbio che la loro crisi dipende dalla distruzione delle categorie supreme operata da un vitalismo estremo, a cominciare da quello teorizzato da Nietzsche, il profeta del “superuomo".
A questa cultura e al suo modo di intendere la vita non importa nulla della maternità, come del resto non importa del trattamento che si infligge ai vecchi, ai malati, ai moribondi, agli emarginati, ecc. Tutto rientra nella normalità della selezione naturale e nello spettacolo dell’esistenza, nella quale contano solo il possesso, il dominio ed il successo. Dovunque si volga lo sguardo si scorge un problema che emerge sugli altri e li subordina con prepotenza : quello del soggetto gonfio di sé ma povero di spiritualità, pieno del desiderio di prevalere ma vuoto di regole e valori. Il famoso annuncio di Nietzsche “Dio è morto” rimbomba oggi per ogni angolo, è diventato l’insegna di una postmodernità delirante.In realtà la morte che si annuncia non è tanto quella di Dio (nel quale si finge talvolta di credere) quanto quella dei valori del Vero e del Bene.
La trappola postmoderna è dunque scattata e nasconde l’incapacità di trascendere la soggettività egoista. Bisogna invece ammettere che la maternità è nemica dell’egoità, se è vissuta come alterità radicale e rinuncia al dominio, come cura dell’altro essere e fondazione della relazionalità umana. Se il Cristianesimo rifiutasse di interpellare la sacralità di questo rapporto, sarebbe condannato a respingere lo stesso concetto di Dio.-Cristo-Verbo. Pertanto occorre scegliere l’uomo e la sua radice materna.Pensare la verità dell’esserci significa nello stesso tempo affermare la dimensione della maternità, cioè della generazione e della costruzione dell’esserci.
Generare sta ad indicare il dato fondante e costitutivo dell’esserci, un amore infinito verso la creatura generata che non può essere antropofagico, né possessivo. Questa è la grande verità della generazione della vita. Che è anche la chiave per intendere il senso complessivo dell’esistenza.Alla generatio è legata indissolubilmente la conceptio, che è il contestuale concepire la vita e l’idea della vita, il verbum mentis: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio…In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Vangelo di Giovanni,1,1-4). Questo prologo di Giovanni riassume tutti i temi essenziali della teologia. Gesù è il Verbo di Dio entrato nel mondo e nella storia. Il Verbo è il figlio di Dio che si è incarnato. Esattamente come nella generazione materna da cui prende avvio il concepimento e la produzione della vita dal sangue, dalla carne, dal volere e dall’amore. Il mistero della vita intima e circolare di Dio-Cristo-Verbo può essere espresso solamente in termini analogici desunti proprio dalla maternità terrena, nel processo vitale della riproduzione naturale, che è il procedere del figlio dalla madre. Per questo motivo il figlio è chiamato Verbo: “eo Filius quo Verbum et eo Verbum quo Filius” (Agostino, De trinitade, VII,12,3).
La madre ama il figlio di un amore smisurato e incondizionato e quindi rinuncia al possesso e si limita alla sua alimentazione nella carità disinteressata. Questo agire gratuito è adesione totale al senso della vita, che è capacità di dare senza bisogno di ricevere, generosità allo stato puro,benevolenza senza l’intenzione di volersi impadronire dell’essere amato. Percepire il figlio con tutta la propria superficie sentimentale, affettiva, intellettuale e morale, e renderlo libero nell’amore del nutrimento, è questa la sostanza stessa sia della maternità che dell’esistenza vissuta per il Vero e per il Bene. All’universo fagico della postmodernità si oppone così un linguaggio che, partendo da un fatto primario, traccia un itinerario erotico di altro genere e ristabilisce un altro percorso dell’umano, iuxta propria principia .

 
   



         
   
La poesia si apre e si chiude nell'estrema tensione tra essere e non essere per un ritrovamento originario di un linguaggio che sappia e possa attraversare quello spazio del silenzio dove il luogo ed il tempo si fanno logos e verità, ritmo e immobilità consustanziali alla materia stessa dell'essere.

Dio non è morto.
E noi non possiamo ucciderlo, come invece Nietzsche pensava di poter fare nella tracotanza della sua libido per liberarsi di un impaccio condizionatore. Se gli dei sono morti, Dio è vivo: nella verità, vivo nel silenzio, vivo nella disperazione. L'impulso alla bontà, alla solidarietà ed alla pace muove dalla presenza di Dio nella coscienza. Come il richiamo al dovere e al coraggio muove dalla stessa presenza.

In questa esistenza, mentre fuggiamo nel tempo e sentiamo che il mondo vacilla, proviamo tuttavia che la vita ha un senso. E questo diventa musica aspra e dolce nell'attimo di moralità.

L'umiltà è virtù di chiarezza, di luce, di semplicità, di rettitudine.
L'umiltà non è debolezza.
Gli umili lavorano per un dovere senza gloria.
L'umiltà è la virtù della verità.
Riconoscere la soggettività significa enunciare l'essenza dell'uomo e la potenzialità del superamento della maschera simboleggiata dalla ipertrofia dell'io travestito da animale dionisiaco e privo del sentimento di pietà, compassione e solidarietà. Il travestimento produce la lacerazione della volontà e la labilità della memoria. Occorre quindi un mutamento di sguardo, dall'esterno all'interno, per sentire in noi stessi l'esigenza di vivere sul terreno della trascendenza e ricominciare la nuova storia, quella dell'interiorità nella quale è possibile resistere alla superbia.

Il pensiero che si pone contro i valori soggettivi afferma l'inconsistenza della vita e l'inutilità di ogni processo di liberazione o purificazione che parta dalla fatica dell'uomo e dallo sforzo di conquistare dignità. E proclamare Dio come supremo valore non è " decretazione divina" o " bestemmia" contro l'Essere, ma un trasferire il soggetto verso la trascendenza e la speranza di un " di là " che lo sottragga alla pesante immersione nel mondo.

 
   



     
FEDE E RAGIONE
 
   

La fede, si dice, è oscura; ed è vero: il suo oggetto non si schiude mai nella sua luce interiore.
Quella che genera la fede non è luce diretta, è sempre riflessa, ma è pure vero che se nello spirito non c'è fede, nelle zone più profonde è buio fitto; mentre quando c'è, si fa chiaro e si vede :
"Una volta eravate tenebre, ma ora siete luce; e come figli della luce dovete vivere".
La scienza è luce tersa; ma a raggio limitato : oltre quel raggio è tenebra. La soluzione di un problema matematico ci si può aprire entro in tutta la sua intrinseca tersissima evidenza; ma che cosa può dirci quella soluzione, per quanto luminosa, intorno ai supremi interrogativi umani?

Che cosa sono io?
Qual è il mio destino?
Donde e perché l'universo?
Che è mai la Verità?
La bellezza?
La Bontà?
La Giustizia?

Verso quali mete cammina la storia ? Perché il dolore, l'amore, il lavoro ? Perché l'antitesi fra autorità e libertà ? A tali interrogativi non v'è scienza che dia una risposta; vi risponde invece la Fede, luce crepuscolare di Eterno Meriggio : "La fede è realtà di cose sperate, e convincimento di cose che non si vedono >>.
L'anima moderna è ammalata di elefantiasi nella scienza, d'atrofia nella fede : conosce molto; sa e comprende poco o nulla; donde il suo smarrimento nella fitta aggrovigliata boscaglia delle sue conoscenze in numeri.
La scienza è fiammella di lampada : diretta, vivida, ma circoscritta; la Fede è luce di sole : riflessa, tenue, ma diffusa ovunque. La scienza illumina una zona limitata dello spirito tanto più angusta quanto più profonda; la Fede rischiara tutto l'universo interiore. La scienza guida l'uomo in spazi e tempi ben definiti; la Fede è astro che riluce sempre e ovunque per quanto dense e nereggianti s'addensino le nubi del mistero fra lo spirito umano e il Sole infinito.
La Fede quindi spunta dalla ragione; ma la ragione a sua volta regge nel suo campo purchè la Fede illumini le sfere più oscure e misteriose della vita. Ma se la ragione è bacata, come può spuntarvi la Fede ? E se la Fede non si accende, come può la ragione riprendersi o reggere ? O Verbo umanato, fonte di ogni luce, effondete la Fede, rianimate la ragione negli spiriti oscurati!

 
   



     
FONDAMENTI FILOSOFICI DELLA RELIGIONE
 
   

L'uomo è creatura : quest'è la base teoretica della religione, come comando etico della legge naturale. L'uomo è un donato nell'essere, un conservato nell'essere, un mosso ad agire da Dio :
da Lui uscito è a Lui continuamente attaccato, così che, l'influsso divino cessa di fluire nell'uomo, costui cessa di essere e di operare.
La religione cristiana è dunque la virtù morale che ci inclina a dare a Dio il culto dovuto : l'adorazione, la lode, la riverenza.

 
   



         
     
Il peccato - [actus moralis malus]
    L'amore è il tema centrale della morale,
viene da DIO: Amor ex DEO natus est;
come autore della natura e della grazia.
Avendo creato l'uomo, creò l'amore nell'uomo,
l'appetito di conservarsi nella sua specie.
Così ha voluto l'umanità
un sesso maschile ed uno femminile
con la reciproca attrazione che si chiama amore.
Il matrimonio vuole il frutto, la prole,
che è conservazione dell'uomo nei secoli.
L'atto d'amore, d'unione,
è orientato a fine primario alla perpetuazione della specie,
da generare e da educare.
Ogni essere creato è ordinato al suo fine.
Il fine primario dell'istinto sessuale
è la conservazione del genere umano.
Le tendenze dell'appetito sono fatte
per indurre l'uomo e la donna
alla costituzione della famiglia.
L'uso dell'istinto fuori di questo alveo naturale,
è peccato.
A regolare l'istinto è necessaria la virtù della castità.
V'è in tutti gli uomini una tremenda lotta,
tra ragione e sensi, fra l'angelo e il bruto (come diceva Pascal):
non è vergogna sentirla in noi.
Essere tentati vuol dire essere uomini.
La virtù della castità ci abitua a vincere nella lotta,
a stabilire l'equilibrio della ragione con il senso:
non è legge fisica che regola l'uso dei sensi;
che sono sempre pronti a muoversi con violenza.
L'uomo non deve essere schiavo,
ma padrone di se stesso.
     
       



         
     
UN' IDEA DELLA FILOSOFIA
   
Lo studio della filosofia insegna a mettere ordine nelle idee a trovare soluzioni meno povere di quelle che potremmo trovare da soli.
La filosofia come ricerca non dà risposte prefabbricate, ma insegna a trovare le risposte attraverso giusti quesiti e giusta metodologia, (come diceva Kant).
Oscar Wilde diceva che la vita è quella cosa che passa mentre tu pensi ad altro.
Ebbene io credo che la gente sia stanca di far passare la vita pensando ad altro. Forse abbiamo voglia di fermarci a riflettere sulla nostra vita e la filosofia offre strumenti per farlo. La filosofia insegna a non lasciarsi incantare dal consenso, o dal successo più o meno facile: questo non è altro che "la prima complicità da rompere e proprio ciò di cui bisogna cominciare a preoccuparsi, se si vuole pensare un poco". Sapere antico e sempre nuovo, la filosofia si rivela nel suo esercizio una vera e propria "terapia" contro le ansie e le paure che assillano la nostra vita e che nessun farmaco riuscirà mai a sconfiggere. Per dirla con Marinoff, "se vuoi essere felice devi nutrire la mente con il miglior cibo che hai a disposizione" Alimento dello spirito o "nettare divino".
Questo è filosofare.
Tale è la lezione che ci proviene anche dalla scienza e dal suo continuo confronto con la stratificata complessità del reale-dalla fabbrica dei cieli (oggi scandagliata da onde spaziali e da grandi telescopi orbitanti) ai misteri di quella sofisticatissima macchina che è il nostro cervello. Tale complessità non è che un'altra funzione della vita.
Ed è per questo che vorrei concludere dedicando a tutti coloro che così tanto amano la filosofia la celebre Proposizione dell'Etica di Baruch Spinoza (1632-1677):
"L'uomo libero non pensa a nulla meno che alla morte, e la sua sapienza è meditazione non della morte, ma della vita ".
     
       



         
     
NOTA SUL SIGNIFICATO DELLA FILOSOFIA
   
La filosofia è la massima forma di riflessione sui vari aspetti della realtà, e quindi si articola in una molteplicità di pensieri che riguardano l'arte la conoscenza, la morale, la politica, la storia, la religione, l'epistemologia.
Le attività principali della filosofia sono di due tipi : quella teoretica e quella pratica. La prima è rivolta al conoscere, la seconda è indirizzata all'agire.
Attività teoretica per eccellenza è la ricerca della verità ; attività pratica più qualificante è lo studio dei comportamenti sia dei singoli che delle comunità e dunque delle regole organizzative del vivere individuale e sociale. Tutto ciò si può esprimere platonicamente con la vita dell'Eros, come continua ricerca sia dei valori del vero che dei valori del bene e del bello.
     
       




         
     
PER CAPIRE IL NOVECENTO
     
ANALISI LOGICA DEL LINGUAGGIO
Una grande tradizione filosofica cerca nelle pieghe del linguaggio, quello quotidiano come quello scientifico, la radice dei nostri grandi problemi e degli stessi "crampI"intellettuali che bloccano il pensiero.
Nel Novecento il punto di riferimento è Ludwig Wittgenstein, al tempo stesso all'origine del positivismo logico e della corrente detta filosofia analitica.

ERMENEUTICA E DECOSTRUZIONE
Dall'antica interpretazione delle Sacre Scritture l'ermeneutica è diventata oggi(Heidegger, Gadamer) interrogazione sul senso del comprendere, sulla natura delle parole e delle cose(Foucault), sullo stratificato intreccio dei significati (Derrida) e delle storie(Ricoeur).

FENOMENOLOGIA
Come indagare la nostra esperienza del mondo? Quale ruolo per la filosofia nell'epoca della scienza? Sono queste solo alcune delle linee guida di quel rinnovamento del pensiero filosofico che per Husseri doveva rappresentare la fenomenologia.Vero e proprio movimento e non scuola dottrinale,essa ha visto lo "scontro tra giganti" (Husseri e Heidegger), rinascendo in Francia(Maurice Merleau-Ponty) e in Italia (Enzo Paci).

NICHILISMO
Da termine che in origine indicava la forma più virulenta del radicalismo politico è diventato con l'annuncio di Nietzsche della "morte di Dio" l'espressione del tramonto di ogni valore e della necessità di rinnovamento della sfera morale secondo forme inedite. La figura più rappresentativa del nichilismo novecentesco è per taluni Heidegger, mai germi di questa strana " malattia" si trovano nei più svariati pensatori, da Ernst Junger o Samuel Beckett ad Andrea emo- e per qualcuno si anniderebbero già nell'idealismo del nostro Giovanni Gentile.


TOTALITARISMO
Si deve a Hanah Arendt, singolare"allievo" di Heidegger, la modulazione più articolata di questa categoria,politica ma non solo: Popper ha scandalizzato il mondo dei filosofi trattando Platone, Hegel e Marx come "totalitari", Lèvinas ha opposto alla chiusura della "totalità" l'infinita apertura all'Altro.


INCONSCIO
"Pensavate vi recassi la salvezza, ma vi ho portao la peste", disse Sigmund Freud quando sbarcò la prima volta su continente americano: Divisa in mille scuole,vera e propria "terapia dell'anima", la psicoanalisi è diventata strumento ermeneutica per eccellenza,investendo i grandi nodi della filosofia.


RELATIVISMO
Non si tratta della mera negazione di ogni assoluto, bensì del riconoscimento del diritto per qualunque teoria a una pubblica difesa, per dirla con Feyerabend, che citava a suo favore Einstein e Bohr, ma anche i sofisti dell'antica Grecia.

STRUTTURA
Dall'analisi del linguaggio(Roman Jakobson) all'antropologia (Claude Lèvi-Strauss), dalla critica letteraria (Roland Barthes) alla stessa ricerca matematica (si pensi all'opera collettiva celata sotto lo pseudonimo di Nicolas Bourbaki),"lo strutturalismo" rappresenta la ricerca dei grandi invarianti del pensiero, in chiave polemica contro ogni forma di rassicurante umanesimo ( à la Jean- Paul Sartre) e storicismo.


DUALISMO MENTE-CORPO
Ma davvero la mente è una "sostanza" separata dal corpo come voleva Cartesio? Oggi al dualismo, quello che Antonio Damasco chiama "l' errore cartesiano", si è venuto sostituendo un approccio integrato di fisiologia e psicologia che esplora la natura elusiva della mente. Un versante interessante di questo approccio, noto con il nomr di scienze cognitive,è la ricerca nell'ambito dell'intelligenza artificiale che, movendo dall'opera pionieristica di Alan Turino, considera la mente alla stregua di un software. Ma sono oggi i biologi più attenti al cammino evolutivo darwiniano che sottolineano sia la complessità della nostra attività "mentale" sia lo spessore della storia che ha portato all'emergere della coscienza.

     
       



         
     
ANNOTAZIONE SU LEONARDO SCIASCIA
 
 
In Leonardo Sciascia si integrano la cronaca, la tensione civile e la passione letteraria, sicchè la narrativa si intreccia con la saggistica e la riflessione filosofica. La sua predilezione per l'Illuminismo
francese, che si esprime pienamente in uno degli ultimi romanzi famosi, Candido, è il segno della forza critica e della laicità e libertà della ragione sempre inquieta e controcorrente.
Proprio per questo orizzonte illuministico, egli ha fatto della produzione letteraria uno strumento di conoscenza e di analisi della realtà, che è in primo luogo quella siciliana come specchio esemplare di un mondo più vasto. La Sicilia diventa così la metafora di ogni società e di ogni potere occulto sul quale si svolge la storia degli uomini : una vera trappola da cui la ragione lotta per uscire con dignità e verità.
     
 
UN RICORDO DI LEONARDO SCIASCIA
 
L'ho conosciuto personalmente più di trent'anni fa.
Un amico, sindaco di un paesino dell'entroterra siciliano, mi accompagnò a Racalmuto, in provincia di Agrigento, nella casa di Leonardo Sciascia e fu un incontro memorabile per me allora giovane scrittore pieno di emozioni e ambizioni letterarie.
E lui si congratulò per i miei primi lavori e m'incoraggiò a continuare, ma non seppe trattenere un sorriso scettico e amaro sulle cose del mondo letterario e sui destini delle opere "non protette".

Parlammo per un intero pomeriggio in un clima disteso e bucolico, sotto il pergolato della sua casa rurale. Erano presenti altre persone: il preside di Liceo Prof.Salvatore Ragonesi, impegnato in quel tempo nelle ardite e importanti ricerche sul meridionalismo nella letteratura e nel pensiero politico, e lo storico Salvatore Francesco Romano, docente all'Università di Trieste e primo e grande studioso della mafia siciliana.
La brezza pomeridiana che saliva dal mare sulla collina nell'estate sicula rendeva fluiti i pensieri e invitava a sciogliere ogni preclusione. Così si parlò di letteratura, politica e storia siciliana e su tutte le questioni Sciascia proponeva delle ipotesi originali, frutto di lunghi ripensamenti nella solitudine campestre. Gli interlocutori ascoltavano divertiti e ammirati, e lo provocavano con ulteriori sottili richieste, sempre insidiose, ma non impertinenti per un genio come Don Leonardo, un maestro di saggezza e acutezza intellettuale, un vero roditore nell'arte dell'ironia. A lui nulla era estraneo e il suo sguardo si proiettava lontano, pur rimanendo egli fisicamente inchiodato alla campagna siciliana.

Dinanzi a noi stava un rappresentante autentico della sapienza antica e moderna, un Empedocle agrigentino redivivo: terribile e amabile, coerente e incoerente , filosofo e antifilosofo, costruttore e dissolvitore.
Sciascia era come la sua Sicilia fatta di ordine e caos, amore e odio, silenzioso mutismo e vulcanismo esplosivo di pensieri e parole.

Del resto, proprio in quei giorni egli stava elaborando il saggio "La Sicilia come una metafora", che è un documento esemplare di se stesso, una sorta di autobiografia intellettuale l'innestarsi della tragedia della dissoluzione sulla certezza del ragionamento. E ne parlò e ci ricordò che aveva appena abbozzato il manoscritto del "Candido", una ironica riscrittura autobiografica del famoso romanzo di Voltaire, e lo ridiscusse con noi quasi volesse aggiungere qualcosa o modificare qualche brano."Candido" era la controfigura di se stesso, era un sogno fatto in Sicilia, una Conversazione" Vittoriniana senza la mitologia dei punti di certezza. Era un manifesto contro l'ottimismo, poiché il mondo è in preda al male morale e non potrà mai uscirne rigenerato e purificato. Il rimedio al male, nella prospettiva sciasciana, non poteva essere che lo scetticismo, cioè il volgersi al proprio orticello, fare onestamente il proprio lavoro e dedicarvi le cure quotidiane senza lasciarsi ingannare da pseudo-rivoluzionari e pseudo-teologi. Gli astratti furori di Elio Vittorini in "Conversazione in Sicilia" qui si trasformano nel richiamo al solo valore della ragione,illuministica fondamentalmente scettica e pessimista sui destini dell'uomo e sulle sue reali virtù.

Quel pomeriggio a Racalmuto ho forse compreso la natura intima dell'autore del "Giorno della civetta"e la sua vera grandezza. Sciascia argomentava per contraddizione e non proclamava subito la sua tesi, ma attendeva dagli interlocutori un punto di vista sull'argomento. Poi lentamente, tra una sigaretta e l'altra, presentava la sua posizione e vi ragionava sopra in modo tragico mascherato da ironia e umorismo. Questo è anche lo stile della sua scrittura, che brucia lentamente e aggredisce gradualmente il suo oggetto. E l'impeto gradualista della sua prosa è straordinario perché brucia a fuoco lento, sotterraneo, come la Sicilia lavica nella quale lo spirito Voltairiano si assomma alla tragicità pirandelliana e Verghiana.

La sicilianità sciasciana si apre perciò all'Europa e assume la forma illuministica del rifiuto di ogni bestialità e malvagità e soprattutto di quelle perversioni camuffate sotto spoglie trascendentali e ideologiche. E implacabilmente i fatti continuano a confermare che questa sicilianità diffidente e illuminata non era poi senza fondamento gnoseologico e morale.
A Racalmuto, sotto quel fresco pergolato, ho vissuto un momento sereno della mia esistenza a contatto con una grande fonte di saggezza. Sciascia incarnava la mia Sicilia barocca e sincera, ardente e sprezzante, acuta e sorniona. Egli era la Sicilia, ma era anche l'Europa dell'Illuminismo non trionfale né dominatore: dell'Illuminismo che riconosce i limiti della ragione e dell'uomo.

     
SCIASCIA SCRITTORE "EUROPEO"
 
 


 


Sciascia come scrittore nasce col fascismo e matura una giovanile avversione a questo, mostra sin dall'inizio un'accentuata attenzione alla sua Sicilia, quella sentita dentro, quella che è tradotta, in quanto stato d'animo, dal concetto di similitudine.Per questo poi molto deve al Gattopardo così come ad una congenita avversione al potere organizzato, che può prendere anche il nome di mafia, si identifica con la gestione del potere, il discorso sciasciano diventa aperta denuncia per chi con questo fine sa motivare anche l'uso della favola, genere che gli consente di rispettare le esperienze storico-letterarie, le istanze etico-psicologiche e la spinta polemica che c'è in lui. La mafia " è diventato un fatto italiano, ormai sfuggente, indefinibile: va identificandosi sempre più con la gestione del Potere".
Si potrebbe poi in questa sua caratteristica ingenua individuare la motivazione della sua scelta politica. Sciascia aderisce al Partito Comunista Italiano ottemperando al suo desiderio di egualitarismo e di partecipazione ampia alla gestione del potere. E' così che non diserta la lotta contro l'impostura e lo sfruttamento; vive il dopoguerra nell'ambiente siciliano e fa propri dati culturali e sociali di questo, pur nella loro contraddittorietà rispetto alla realtà italiana..Da qui, crediamo, l'idea fissa della gestione del potere, da una Sicilia cioè che sente profondamente questo problema e che con la mafia ha scelto la strada meno legale per raggiungere lo scopo. In fondo, paradossalmente, Sciascia mostra di sentire lo spirito siciliano quanto i suoi personaggi-protagonisti negativi, ma lo indirizza, così come i veri siciliani sanno fare, verso il bene degli altri, verso forme di accettazione della legalità, che sono alla base di ogni vivere civile. La lotta contro la mafia condotta da più di un trentennio, è la lotta per la civilizzazione di noi tutti, è l'insegnamento di chi vuole dirci che essere italiani significa essere onesti, limpidi, sereni sudditi dello stato che siamo noi.
La sua fede nella ragione, incrollabile fortezza entro la quale l'uomo analizza i dati raccolti dalla storia e dalla sua indagine su di essa, è il motore che lo anima anche quando si fa dolente la constatazione della sconfitta. E la corsa continua verso più ampi orizzonti che non comprendono più solo la Sicilia, ma si allargano all'Italia tutta, succube della menzogna e dell'omertà che nascono dalla compromissoria convergenza di interessi delle forze di governo e di quelle di opposizione.
Così la lezione nel Neorealismo in lui si è tradotta, nonostante le sconfitte, nella costante attenzione ad una realtà storica e umana, nella volontà di comprenderla e farla comprendere, nell'ampliamento, quasi, dei confini stessi della narrativa.
Constatate quindi le caratteristiche dello scrittore, ci sembra ozioso ricercarne le ascendenze: Verga, Pirandello, Cervantes, Lorca, Unamuno, Castro, Quasimodo, Lampedusa, Brancati, Vittoriani sono sì presenti come "memoria culturale" del Nostro, ma è certa l'autonomia del suo discorso, così come è singolare l'ostinazione con cui persegue il suo ideale poetico.
Quale collocazione dunque dare all'opera di Sciascia ? C'è chi vede in lui il continuatore più maturo e fornito dei nuovi strumenti conoscitivi della sociologia e dell'antropologia della linea Verga-Pirandello; c'è chi lo accosta solamente a Pirandello per la sua concezione della vita; c'è chi parla di uno Sciascia scrittore "Europeo" nonostante la sua sicilianità.A noi sembra che Sciascia possa essere il più degno continuatore di quella letteratura dell'impegno che ha generato il Neorealismo, un narratore acuto e vivace, attento alla realtà dei tempi, difensore, pur nella sua pessimistica visione della realtà, degli ideali democratici della giustizia e della libertà.

 
   


         
     
8 MARZO, STORIA DI UN GIORNO SIMBOLO
 

 
Le origini della festa dell'8 marzo risalgono al lontano 1908, quando, pochi giorni prima di questa data, a New York, le operaie dell'industria tessile Cotton scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare .Lo sciopero si potrasse per alcuni giorni, finchè l'8 marzo il proprietario Mr. Johnson, bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire.
Allo stabilimento venne appiccato il fuoco e le 129 operaie prigioniere all'interno morirono arse dalle fiamme. Successivamente questa data venne proposta come giornata di lotta internazionale, a favore delle donne, da Rosa Luxemburg, proprio in ricordo della tragedia.Questo triste accadimento, ha dato il via negli anni immediatamente successivi ad una serie di celebrazioni che i primi tempi erano circoscritte agli Stati Uniti e avevano come unico scopo il ricordo della orribile fine fatta dalle operaie morte nel rogo della fabbrica. Successivamente,con il diffondersi
e il moltiplicarsi delle iniziative, che vedevano come protagoniste le rivendicazioni femminili in merito al lavoro e alla condizione sociale, la data dell'8 marzo assunse un'importanza mondiale, diventando, grazie alle associazioni femministe, il simbolo delle vessazioni che la donna ha dovuto subire nel corso dei secoli, ma anche il punto di partenza per il proprio riscatto. Per questa festa la mimosa colora di giallo la nostra città, un fiore che esprime al meglio la personalità della donna. Anche se all'apparenza sembra molto delicata, è un fiore profumatissimo molto forte,prerogativa spesso attribuita a tutte le donne. E' un dono che viene fatto non solo dagli uomini, ma si usa regalarsela anche fra donne.
     
     
 

     

BREVE CONSIDERAZIONE SULL'8 MARZO

   
L'8 marzo deve essere ricordato come il giorno del protagonismo delle donne e della loro lotta di emancipazione non solo nei confronti di se stesse, ma anche a favore di tutto il genere umano.
La parità dei diritti reclamata dalle donne è anche conquista di dignità per gli uomini, i quali non potrebbero sopravvivere civilmente nella condizione gerarchica e discriminante. La parità tra i sessi, e all'interno dei generi, deve essere considerata una conquista generale dell'umanità, e la lotta contro le discriminazioni dei sessi, delle razze e delle religioni non può che investire ormai tutti quanti, uomini e donne del mondo civile. Il dono più bello che si può fare ad ogni donna con la mimosa è quindi la speranza che ogni genere posto in questo o quel territorio geografico possa vivere e progredire nella libertà, nell'uguaglianza morale e giuridica e nella dignità.
La persona è un'entità spirituale la cui consistenza risiede appunto in questi valori validi per chiunque si trovi al mondo. La giornata della donna non può non avere carattere universale proprio per l'universalità dei diritti che vanno riconosciuti ad ogni essere umano. Dunque, dobbiamo essere grati alle donne e questa giornata di festa e commemorazione rappresenta una grande occasione per esprimere tale gratitudine.
 
     


         
     
RACCONTARE PER NON DIMENTICARE
OLOCAUSTO, QUESTO SCONOSCIUTO
   
Che direste se un bel po' di ragazzi più grandi di voi, magari freschi di patente o tipi da stadio, sapesse poco o niente di quanto accaduto prima e durante la Seconda Guerra Mondiale ?
Verrebbe voglia, ammettetelo, di far ripetere a tutti l'anno. Perché ci sono fatti e tragedie di cui non è possibile non sapere proprio nulla. Come l'Olocausto, lo sterminio di milioni di ebrei chiusi nei campi di concentramento tedeschi e poi bruciati nei forni crematori. Come Norimberga, la città dove alla fine della guerra furono processati i responsabili dei crimini nazisti, ossia quelli ordinati da Hitler. Come la Notte dei cristalli-era il 9 novembre 1938- quando, spaccando le vetrine di tutti i negozi degli ebrei, i nazisti presentarono il loro volto feroce al popolo ebraico.
Come le Fosse Ardeatine, dove il 24 novembre 1944, furono uccisi 335 ostaggi italiani, rappresaglia per l'attentato di via Rasella attuato dai partigiani(morirono 33 soldati tedeschi): furono uccisi dieci italiani per ciascuno di loro più altri cinque nel dubbio che il conto fosse sbagliato.
Come la Risiera di San Sabba, vicino a Trieste, uno dei campi di sterminio italiani.
Come il campo di concentramento di Birkenau, nella città polacca di Aushwitz. Era il più grande e il più pericoloso : lì morirono quattro milioni di ebrei. Meno noto, invece, quello di Theresienstadt, non lontano da Praga : era il campo di concentramento dove furono rinchiusi, strappandoli ai genitori, 140 mila bambini ebrei.Trentamila morirono là dentro, altri 90 mila finirono nelle camere a gas. Eppure ci sono studenti delle scuole superiori che non sanno nulla di tutto questo.
Forse viviamo in un mondo in cui tutto si consuma in un attimo e si dimentica in fretta.
     
       



         
     
IL TEMPO
SOLO VARIAZIONE D'ETERNITA'
   
Il tempo è qualcosa che pervade, invade,condiziona la nostra vita. Parliamo continuamente del tempo, lo programmiamo, lo rimpiangiamo, non basta mai. Scorre, si ferma, fugge, ci ghermisce l'esistenza, si porta via le cose più care che abbiamo.E' un tiranno eppure vorremmo averne di più.
Fin dall'antichità gli uomini si sono interrogati sull'esistenza del tempo, sulla sua realtà . E da sempre l'uomo ha tentato di misurarlo. Giorni, anni, minuti, centesimi di secondo.
Dalla meridiana all'orologio al cesio passando per il calendario.Ma il tempo davvero toglie sempre?
O qualche volta dà ? Può dare saggezza, lenire il dolore, realizzare le speranze, offrire opportunità, liberarci della superficialità e della sicumera della gioventù,cancellare la vanità. Filosofi, scienziati, teologi hanno provato e provano a dare un frammento di risposta, eppure sembra che il tempo non solo sfugga a qualsiasi catalogazione, ma riesca anche a modificarsi di epoca in epoca e perfino nei diversi periodi di una stessa vita.
Noi esseri umani non abbiamo tempo di pensare troppo al tempo, normalmente lo viviamo inconsapevolmente identificandolo con le lancette dell'orologio, con l'agenda. Poi quando ci capita qualcosa che ci costringe a pensare una malattia, la morte di una persona cara, la vista o l'ascolto di un'opera d'arte capace di metterci in contatto col Divino, una semplice preghiera o un paesaggio che improvvisamente ci rivela la grandiosità dell'esistenza-ci ritroviamo sperduti nella nostra inspiegabile incoscienza.
Ma presto riprendiamo a correre, a consumare il tempo, a riempirlo con mille affari utili e inutili, come se avessimo paura di rimanere soli con lui. Il Tempo. Noi stessi. "Il tempo cambia le nostre opinioni e certezze sul tempo". E soprattutto:" Noi possiamo anche non occuparci di lui, è certo che lui si occuperà di noi ". "Il tempo è l'unico sistema per dominare il mondo, solo dividendolo in parti lo si può afferrare, così si manifesta la volontà di potenza. L'intero, l'eternità è inafferrabile e non manipolabile. La tecnica è la massima forma di volontà di potenza ideata dall'uomo almeno fino a questo momento". Il tempo dunque non conosce pietà né compassione. E' il corpo, il vero calendario sono le nostre membra, le nostre funzioni vitali che si modificano continuamente nel corso della vita fino a cessare del tutto e senza mai la possibilità di tornare indietro. E' sul corpo che il tempo incide e lascia il segno visibilmente.
"Nessuna teoria scientifica o filosofica può consolare l'uomo del tempo che scorre e porta via inesorabilmente le cose migliori . Solo la fede può dare senso al tempo e lenire il dolore".
     
       



         
     

L'UOMO RISVEGLI LA SUA COSCIENZA

   
L'interesse odierno verso il Medio Evo ha quindi poco a che fare con l'analogo "revival" del Medio Evo tipico dell'età romantica. Esso riflette qualcosa di più del bisogno, da parte degli scrittori stessi,
di costruire personaggi credibili su uno sfondo storicamente ben caratterizzato, ambientati in un preciso milieu, rispetto a uno scenario come quello contemporaneo, che tende ad appiattire, l'individuo in una realtà sempre più opaca, anonima e intercambiabile, dove il passo accelerato delle trasformazioni sociali finisce per confondere i ruoli e banalizzare la vita dei sentimenti al punto che non ci sono più vere storie da raccontare al di là di quelle, noiosamente iterative, fornite
dalla cronaca quotidiana e dalla televisione.
Si direbbe, infatti che l'età di mezzo fornisce oggi un punto di riferimento all'uomo contemporaneo per due ragioni fondamentali. Una di queste ragioni, di segno indubbiamente positivo, è l'attrazione che il Medio Evo esercita su di noi per ciò che ha di più chiaramente diverso ed opposto.
Siamo affascinati dalla età di mezzo perché essa soddisfa le valenze di religiosità frustata del nostro tempo: l'ansia di spiritualità, il bisogno di purezza,la sete di rigenerazione interiore,le istanze di recupero dei principi morali annebbiati o perduti- e perché ?-, il desiderio stesso di una fede che con le sue certezze ridia un significato alla vita.
L'altra ragione, avvertita in modo più conscio ed oscuro, è invece il timore, più o meno inconfessato, che il Medio Evo ci somigli proprio in quegli aspetti che più orgogliosamente crediamo di aver superato e rimosso per sempre, grazie alle conquiste della società industriale avanzata.
In antinomia col Medio Evo, la civiltà moderna si è sviluppata sul presupposto che, estendendo la sfera del pubblico su quella del privato, e razionalizzando i processi di produzione attraverso la catena di montaggio, si raggiungesse la massima efficienza dei servizi e la diffusione capillare del benessere.
Alla polverizzazione dell'autorità rappresentata dal sistema feudale si è creduto di sostituire sulla base di un'astratta ragione, la concentrazione dei poteri nello Stato di diritto. La economia curtense è stata spazzata via dai grandi complessi di produzione industriale, le macchine hanno sostituito quasi completamente il lavoro manuale.
C'è un Medio Evo strisciante nella società di oggi ? Alcuni hanno parlato di un processo di vera e propria rivoluzione nella società moderna.
Il vero pericolo del mondo di oggi forse, non è tanto il fatto di tornare al Medio Evo, quanto di avviarsi verso un nuovo Medio Evo senza però avere più quelle virtù che nel Medio Evo permisero all'uomo di sopravvivere e di costruire quel mondo di valore su cui, nonostante tutto, almeno in parte, anche la civiltà di oggi si fonda.
Lo spirito di sacrificio, l'austerità dei costumi, l'altruismo, il senso spirituale, il coraggio di fronte alla morte, la fede in una realtà non parvente: queste sono tutte cose che oggi abbiamo in gran parte perduto, o, se non perduto del tutto, certo relegate ai margini della nostra vita come oggetti fuori uso desueti e perenti.
L'uomo crede di essere potente e si illude di ottenere quello che vuole, non smette mai di volere in un processo infinito, ma non ottiene mai quello che vuole. E' il moto perpetuo della volontà che si manifesta nei gesti più semplici e innocenti e in quelli più drammatici come possono essere le guerre. Ma l'essenza è la stessa.
     
       



         
   

LA METAFISICA DELLA LUCE
INTRODUZIONE DI UN SAGGIO SULLA FUNZIONE DELLA LUCE
NELLA VITA MORALE, INTELLETTUALE E RELIGIOSA

   
Nella tradizione filosofica occidentale, è a Parmenide che bisogna risalire per fissare l'origine di una metafisica della Luce.
Il problema da lui sollevato nell'introduzione del poema. "Sulla natura", conservata integralmente da Sesto Empirico, è di fondamentale importanza: "Poiché tutte le cose si dicono luce e notte e poiché luce e notte sono presenti a questa e a quella cosa, secondo le loro possibilità, il tutto è pieno di luce e insieme di invisibile tenebra, e luce e tenebra sono uguali perché nessuna prevale sull'altra" (fr.9).

Il mondo sensibile risulta quindi dalla mescolanza di queste due forme, che determinano l'identificazione degli oggetti fisici e dei sentimenti morali.
L'universo visibile e storico si presenta all'uomo nell'irriducibile mescolanza di luce e oscurità, che sono i due poli (positivo e negativo) dell'esistenza e che caratterizzano la stessa vicenda storica con progressi e regressi, avanzamenti e arretramenti, corsi e ricorsi. La regione della luce assoluta non è attingibile in modo definitivo nella dimora degli umani, come avviene invece nel mondo intelligibile dove esiste solo la luce senza l'oscurità, l'ombra e la penombra. Qui siamo nella dimora dell'Essere: siamo nella realtà eterna e immutabile intravista da Parmenide e teorizzata da Platone, che alla luce sensibile oppone la Luce intelligibile ed a questa fa corrispondere la suprema idea del Bene in sé, fuori del tempo e dello spazio, nel mondo iperuranio.
La luce del mondo umano, in termine di moralità, è la Voce della coscienza: è il lumen che spiega il comportamento positivo ed i segni linguistici della benevolenza e della pietas, dell'umiltà e della solidarietà . La luce morale è ciò che dà perfezione o rende meno imperfetti i movimenti della volontà che invita a riconoscere la via della saggezza nel faticoso transitus della vita. Ma la luce terrena può diventare tenebra quando l'esserci spezza i rapporti con la Voce e ricade nell'errore (Errore= errare nella notte senza luce).

Tradotto in linguaggio religioso, il tema della luce si può accostare alla nozione del "sacro" e al significato autentico dell'incarnazione di Dio-Cristo. Gesù rappresenta lo "scandalo" perché viene a riportare in terra la luce celeste, cioè a riproclamare il "sacro" nella storia degli uomini, reintroducendo la sacralizzazione dell'umano e insegnando la tensione morale e il rispetto della legge divina nella sua profondità sostanziale e non di facciata. L'uomo non potrà diventare Dio, dopo la venuta di Cristo, ma può abitare nelle vicinanze divine attraverso le stesse vicende esistenziali. La temporalità si trasforma in un terreno praticabile nella prospettiva dell'eternità e della luce che guida le azioni quotidiane degli uomini.

Il senso della storia e della vita si compie, allora, nel saper cogliere i segnali dell'eterno e nel realizzarli dentro la propria coscienza e nella più larga territorialità della vicenda comunitaria universalistica. La cacciata dei mercanti dal tempio allude proprio alla loro mancanza di luce, ciò al fatto di non aver compreso e interiorizzato la sostanza del discorso divino e di indugiare ancora con comportamenti offensivi della concreta religiosità da mettere in atto nella temporalità e nonostante i condizionamenti della carne e degli interessi. Si comprende perciò come Cristo abbia dovuto subire le reazioni dei Sacerdoti del Tempio e dei Farisei e come egli abbia trovato gli uni e gli altri uniti per cooperare alla sua crocifissione. La luce della coscienza, che dà un senso alla vicenda umana, sta al centro della religiosità cristiana e riconduce alla radice dei valori metastorici e metafisici.
La fede nella resurrezione di Cristo è la credenza nel regno della Luce: la forma simbolica sostanziale della fede nel valore della realtà spirituale di fronte al mondo sensibile. "Qualunque cosa - dice Adolf Harnack- sia avvenuta alla tomba e nelle apparizioni del Cristo, certo è che in quella tomba ha avuto la sua origine la fede nella vittoria sulla morte e nella vita eterna". E questa fede ha coinvolto le coscienze anche dei laici ed è stata la consolazione di tutti gli uomini nella transitorietà storica. L'umile Galileo diventa così il simbolo della luminosità dell'ordine spirituale e valoriale anche per gli increduli, giacchè l'appello al fattore trascendente introduce alla visione luminosa dello Spirito in lotta con la materia tenebrosa. Il Cristianesimo così riformulato significa che la Luce assume la forma e la qualità del Logos nei singoli esseri per entrare in comunicazione con il senso profondo dell'esistenza, che non può essere stupidamente banalizzata e materializzata.
     
       




         
   

CIVILTA' CONTEMPORANEA

   
Sarebbe opportuno coprire la vecchiaia, nasconderla nell'angolo più remoto per toglierla dalla visuale di chi non sopporta la percezione della sofferenza.
Un tempo invece gli anni vissuti e l'espressione acquisita costituivano il punto di riferimento e d'identificazione di ogni gruppo umano.
Oggi rappresentano un peso ed una vergogna, di cui bisogna liberarsi. Questa è la civiltà contemporanea.
     
       


         
   

EROS E POESIA

   
L'eros produce la dimensione estetica dell'uomo, secondo la visione di Platone espressa soprattutto nel Convito e nel Fedro e ripresa con originalità interpretativa da Marcuse in Eros e civiltà , là dove l'istinto sensuale viene trasformato in sublimazione liberatoria ed esperienza artistica: "Questa esperienza che rende all'oggetto la sua libera esistenza, è opera del libero gioco dell'immaginazione. Da questo mutamento radicale dell'atteggiamento verso l'esistenza, risulta una nuova qualità del piacere, generato dalla forma nella quale ora l'oggetto si rivela…Questa è la manifestazione della bellezza…L'ordine della bellezza risulta dall'ordine che governa il gioco dell'immaginazione".
Il cambiamento del significato di Eros da Afrodite " volgare " ad Afrodite "celeste" e quindi della dialettica del desiderio di bellezza nel passaggio dalla realtà sensibile a quella noetica e alla stessa capacità di contemplare o produrre il bello, già segnalato da Platone, assume in Marcuse un
valore estetico straordinario nella teoria e pratica dell'arte, la cui verità è la liberazione della sensualità mediante la riconciliazione con la ragione e l'immaginazione produttiva. Perciò l'arte non può essere imitazione del mondo, ma "disimpegno" dal mondo e suo annullamento nella creazione spirituale del soggetto e nella trasfigurazione ideale della realtà. Per questo motivo il filosofo ateniese condannava l'arte imitativa, perché è un disvalore, mentre esaltava l'arte creativa perché è impulso irresistibile verso la bellezza eterna. Questo impulso è appunto l'Eros, frutto di libertà e ricerca della realtà suprema.
La poesia è dunque la forma più autentica di liberazione : è il grande linguaggio della comunicazione dell'Eros che stimola e arricchisce l'umanità e ristabilisce i contatti tra l'umano e il divino. Platone stesso fu uno straordinario poeta. La forma dialogica delle sue opere, la sua ironia e la costruzione di miti cui fece ricorso per esprimere la sua dottrina filosofica, mostrano già la poeticità della sua produzione e affidano alla poesia il compito di svelare i segreti dell'uomo e della natura, anche dentro la caverna del mondo, quando la luce diventa fioca e le speranze e le illusioni riemergono dall'oscurità.
Nell'incontro dell'ESTATE CULTURALE MASSESE 2003 è stato discusso il significato dell'Eros dove ho sostenuto che il piacere dell'arte è opposto a quello sessuale, perché lo nega e lo trascende nella ricerca di un piacere più forte connesso alla spiritualità e alla libertà dell'anima, che smonta e ricompone le immagini sensibili nella creazione delle opere artistiche. L'Eros poetico parte dal mondo sensibile ma non vi rimane attaccato, anzi lo trasferisce nello spazio celeste per esprimerlo in modo significativo, con caratteri passionali che appartengono non più alle passioni effimere e volgari, bensì a quelle sostanziali della sublimazione ideale. Un'arte libera è perciò un aspetto essenziale dell'uomo libero, e può sopravvivere in tutte le circostanze storiche e geografiche, ed è il segno profondo della civiltà liberata.
L'arte può contenere l'osceno, ma non s'identifica con l'oscenità. Il carattere artistico non può cadere nello squallore, anche quando lo descrive senza compiacersene. La visione estetica è un insieme di segni, immagini e simboli che si riferiscono ad una sfera superiore e trasmettono messaggi non banali, anche se riferibili a realtà quotidiana. La struttura dell'opera, ispirata dall'Eros, solleva dalla contingenza e introduce al mondo del possibile, in cui si alimentano i bisogni più alti dell'uomo e della vita sociale. La poesia non prospera nel mondo volgare ed anzi rievoca con nostalgia i tempi del mito come simbolo di una dimora che riappare in nuove forme e con nuovo vigore, giacchè Eros è amore dell'immortale e generatore di opere nobili: Eros è "qualcosa di mezzo tra mortale e immortale, un demone grande"( Platone, Convito).
     
       




         
   

PENSIERO METAFISICO

   
Platone ed Aristotile elaborano i due più grandiosi sistemi nell'intento di tradurre in termini di evidenza la realtà visibile ed invisibile, cosmica ed umana. Zenone ed Epicureo impegnano il pensiero nel tracciare all'uomo la sua norma di vita.
L'anima ha sete di luce e il suo ideale rimane Socrate, anche se condannato a bere la cicuta : spesso i popoli martirizzano i propri eroi. Socrate idealizzato, quale l'anima contempla e vagheggia, è l'uomo padrone di sé che domina gli istinti, compone armoniosamente i molteplici momenti del proprio spirito, e risolve il bene nel sapere: il suo interiore si apre in luce serena nella cui cristallina trasparenza si dissolve ogni anelito: la vita tende a spiegarsi in armonia pacata o in pensiero chiaro e immutabile: ma non evade dai limiti dell'umano.
Nel credente l'ideale è il Santo : sciolta dai vincoli del finito, la sua anima cammina nel tempo, con l'occhio aperto sull'eterno Iddio.
     
       






         
   

CONCEZIONE DI UOMO " PERSONA"

   
Si sta molto parlando, da varie parti e in differenti modi, della dignità e del valore dell'uomo come "persona". Ma in realtà, tale termine, per la maggior parte degli uomini di oggi, è diventato-come dicevano gli antichi logici-un"nome vuoto senza concetto".In effetti, se ne è perduto il significato,in quanto si sono persi i fondamenti su cui è sorto, e tolti i quali esso perde senso. Un esempio, che fa comprendere in maniera particolarmente eloquente ciò che sto dicendo, è fornito dalla bozza della nuova Costituzione dell'Europa- da poco resa pubblica-nella quale viene a tale termine un certo rilievo in quanto viene elencato fra i valori di fondo dell'Europa stessa, però non solo sono ignoranti, ma vengono esclusi de iure (per una precisa scelta ideologica degli estensori), i concetti di "Dio" e di "Cristianesimo".

Ma proprio questi sono i fondamenti su cui il concetto di persona è sorto e su cui regge, sia dal punto di vista storico sia quello teorico.
Gli studiosi hanno ben precisato che, mentre nella filosofia greco-romana l'uomo cercava di spiegare se medesimo nell'ambito del cosmo e in funzione del cosmo(concezione cosmocentrica), con la nascita del Cristianesimo l'uomo parla con Dio e Dio stesso parla con l'uomo (concezione antropocentrica).
Proprio sulla base di questo rapporto strutturato con un "Dio-persona", l'uomo può dire "Io" in senso nuovo, e nasce, di conseguenza, la concezione dell'"uomo-persona".

Ma in età moderna, a partire soprattutto dall'illuminismo, e poi in età contemporanea, mediante una progressiva e sistematica emarginazione di Dio e del Cristaanesimo, si è corroso il concetto di persona nel suo spessore ontologico, e gli si è fatto perdere pressoché per intero il suo senso forte.

Perché siamo giunti a questo punto?
La risposta è semplice: l'uomo ha divinizzato, insieme a se stesso, anche le proprie creazioni della scienza e della tecnica, le quali si sono imposte come i suoi nuovi idoli.In questo modo, l'uomo è diventato capace di costruire cose in quantità e in dimensioni addirittura al di là dell'immaginabile; ma, per converso, non ha saputo, in parallelo, crescere spiritualmente in proporzione; anzi, ha addirittura in larga misura rimpicciolito, e quindi dimenticato, se stesso.

Ben si può dire che l'uomo di oggi ha abbassato se medesimo a livello di"cosa"; e, di conseguenza, è diventato vittima di molte di quelle cose da lui prodotte.Anche nelle indagini che oggi conduce su se stesso mediante le cosiddette "scienze umane",l'uomo tratta se stesso appunto come "cosa" in modo empirico, con il totale oblio del senso della"persona".

L' individualismo (uomo inteso come "individuo-cosa") ha preso il posto del "personalismo" e dell'"umanesimo".

La vita individualistica del "single" sta sempre più imponendosi come modello emblematico.

Ma la vita di un uomo come "single" può avere ancora un valore in senso forte?

La sacralità dell'uomo e del suo corpo cade nel più totale oblio.
Ridotto a "cosa", perde ogni senso, appunto che l'uomo,oggi fatica a sopportare gli altri e si sente oppresso dalla loro "alterità": gli altri uomini sono sentiti come "avversari" e addirittura "nemici", a tutti i livelli.
In conclusione, bisogna allora dire che il difficile ma ineludibile compito per l'uomo di oggi è questo: cercare di rinascere spiritualmente, cercando di ricuperare quello spessore ontologico e assiologico della " persona" che pure ha in proprio, ma che ha dimenticato quasi per intero.
     
       









         
   

UN PENSIERO SULLA MADRE

   
Credo sia necessario oggi riflettere sul tema della maternità e attribuire a questo evento un carattere non solo generativo, ma anche affettivo, sociale e morale.
La maternità rimane ancora la radice dell'appartenenza e dell'identità e l'idea di madre assume un significato che trascende il fatto della filiazione naturale per acquisire un valore morale-spirituale connesso alla relazione del servitium.
Il figlio è tale di fronte ad una Mater che lo ha alimentato materialmente e moralmente e lo ha educato al fuoco dell'amore.

E l'amore è il cardine naturale e trascendentale dell'esistenza,
il tramite della sublimazione dell'istinto di conservazione, che arriva fino al sacrificio estremo senza ricompensa, con atto assolutamente gratuito e generoso.

La societas si costituisce in communitas attraverso l'amor, che è spinta verso l'altro e profondo rispetto per la vita: cosa che in prima istanza si realizza proprio nel rapporto affettivo madre-figlio e che successivamente si trasferisce nella tessitura generale della socialità comunitaria.
     
       






         
   

IL RISCHIO DI ADEGUARSI ALLA MENTALITA' CORRENTE

   
Malgrado gli avvenimenti che sconvolgono il mondo, sembra che proprio nulla sia capace di tirarci fuori da un certo conformismo che ci piace tanto perché ci evita di riflettere e di porci dei problemi.
C'è un'arte in cui siamo maestri: quella di adeguarci ! Su questa strada si va molto lontano… e si rischia di lasciarci qualche penna ! Siamo cristiani, andiamo a messa, mandiamo i figli al catechismo, magari siamo impegnati in qualche attività parrocchiale, ma la mente dov'è ? Ci lasciamo soffocare dall'atmosfera in cui viviamo, senza quasi più reagire, accettando il mondo comune di pensare e di gestire la propria esistenza.
Discorsi che si sentono e che scivolano sulla tela cerata dalla nostra passività : "Poveretti ! Hanno una bambina mongoloide… Allora non c'era l'ecografia"(sottinteso: la madre non ha potuto abortire)…" E' un po' che è separata dal marito. Ha trovato un nuovo compagno che vuole anche bene ai bambini. Meno male, sarà meno sola" ( e l'adulterio dove lo mettiamo ?)…" Gli affari vanno bene ma per aumentare la produttività bisognerà licenziare" ( e se invece si investissero i profitti?).
Speriamo di non scandalizzare nessuno augurandoci che i cristiani ritrovino la loro primitiva vocazione, quella di "anarchici". Anarchia ovviamente senza nulla in comune con quella degli attentatori! I Romani hanno mandato a morte molti cristiani non perché odiavano Cristo: non tolleravano che nel loro stato, ben costituito, solidamente ( si fa per dire) basato sul culto degli dei e dell'imperatore , saltassero fuori degli "individui" ribelli a questo affermato stato di cose, capace di rifiutarsi di sacrificare agli dei, anarchici insomma che, con il loro atteggiamento, sovvertivano il famoso "ordine" vanto di tutte le dittature.
Oggi, per noi, non si tratta di prendere posizioni contro stati democratici che considerano sacra la libertà dell'uomo. Anzi i cristani debbono essere ottimi cittadini perché vogliono il bene comune. Ma… non possiamo non ricordare che il più grande "manifesto" rivoluzionario, molto più forte di quello di Marx e di Engels, è l'elenco delle Beatitudini. Cristo rovescia il modo di pensare e di sentire proprio del mondo. Ci chiede la "metanoia",, cioè la curva a U : se prima di conoscerlo eravamo diretti verso una certa meta, un po' pecoroni che seguono il gregge, ora che l'abbiamo scoperto bisogna cambiar rotta e partire in direzione opposta. Questa è l'anarchia del cristiano. Pur vivendo in mezzo al mondo, pur adottandone, fin dove si può, il suo modo di vivere per rimanere presenti in ogni frazione della società e meglio evangelizzarla, non possiamo non affermare la nostra autonomia, la nostra diversità, la nostra vera identità.
Questo atteggiamento di ribellione (pieno di Amore) presuppone una conoscenza esatta del messaggio di Cristo, un'abitudine al giudizio personale che si acquista solo pensando e pensando, meditando e meditando.
Forse il nostro male maggiore è appunto questa carenza di pensiero… E' tanto comodo lasciar pensare gli altri… accettare la "dittatura" dell'andazzo comune…
Ed invece Cristo ci manda come testimoni della Verità e dell'Amore.
Tocca a noi "adeguarci" a Lui.
     
       






         
   

C’ERA UNA VOLTA L’ETICA

   

 

C’era davvero , l’etica, una volta, o è sempre stata solo una parola sui libri di morale e di filosofia?

Usata soltanto dai pensatore e mai messa in pratica.
Chi l’ha vista mai per la strada, fra la gente che soffre ?

Così mi chiedo dove stia, l’etica, nel dramma di “ASUNCION” dove, in un grande magazzino andato a fuoco, sono morte oltre quattrocento persone, chiuse dentro dai gestori del locale per timore che la gente terrorizzata fuggisse rubando la merce esposta.

E così la gente non è fuggita. E’ morta bruciata. Un rogo dove sono finite in cenere non solo l’etica ma anche la giustizia.

     
       







         
   

HOMO FERINUS

   

Le grandi passioni possono trasformarsi in accecamento totale che fa compiere azioni “bestiali”.

In questo caso l’uomo supera la condizione animale e consegue una radicale perversione alla sua natura. Il male non è altro che caduta dell’essere umano nella brutalità selvaggia, anche quando potrebbe sembrare frutto di sottile intelligenza calcolatoria.

     
       





         
   

L’ UNICO DIO

   


Dio rappresenta un Essere Puro dal quale derivano pensieri ed atti puri, cioè non contaminati da interessi particolari che sono l’opposto dell’universalità.

Quindi Dio = universalità.

Ciò significa che l’idea di Dio non può essere parcellizzata e suddivisa secondo le nazioni, le classi sociali e gli individui.

Dio non può essere trasportato da una parte o dall’altra.

Egli è una entità reale e razionale, di fronte alla quale tutti gli uomini dovrebbero sottomettersi per diventare padroni della loro stessa esistenza

     
       






         
   

L’UOMO E LA SCIENZA

   


Il mito che più affascina l’uomo, che sempre vi ritorna con le favole innocenti, con i racconti fantastici delle religioni “rivelate”, con la scienza “metafisica” è quella del perduto paradiso terrestre, della favoleggiata età dell’oro. Età senza tempo e forse senza spazio, nella quale l’uomo era immerso nel “tutto” e “comprendeva” le cose e tutti gli esseri.

Ma se il mito è veramente affascinante esso però pare che adombri, anche nelle menti dei più “grandi”, una specie di sordo rancore contro il peso sia pure chiaro e distinto, ma tormentoso, di un sapere drammaticamente fondato sull’umana ragione, fondata, a sua volta soltanto su se stessa e sulla sua storia.

E’ il desiderio di ghermire le chiavi della “scienza eterna”, come gridava Faust? Ghermire una volta per tutte la scienza “assoluta”, cogliere l’universo nella sua immutabilità. E quindi, in certo senso, pur avendo il modo di fabbricare più macchine e di raggiungere altri pianeti e forse altri sistemi solari, mettere invece a riposo la nostra ragione.

Questo agguato mistico metafisico del nostro intelletto,absit injuria verbis, ci ricorda stranamente nello stesso tempo e l’iperurania di Platone, bersaglio bimillenarioperò quasi mai centrato dagli umoristi, e l’agguato delle gote della giovane donna che pure ci assicura la continuazione della specie. Intendo dire che pur assai pericolante come impostazione teorica ha un enorme valore “pratico” che nessuno può disconoscere e tanto meno ignorare.

Che importa, infatti, se domani queste formule che oggi inquadrano il mondo e lo chiudono nella morsa del loro cerchio chiuso saranno poi viste come illusorie o quanto meno limitate? Ora sono tutta la verità, ora ci servono bene così.Come ci servì l’astronomia di Tolomeo per guidare un tempo le nostre navi, come ci servì l’alchimia di Raimondo Lullo e la magia di Paracelo; e, ancora, come ci servirono il sistema copernicano e la fisica di Galileo e quella di Newton. In questo stanno la grandezza e il dramma del pensiero: nello stringere continuamente la verità e nel vedersela continuamente sfuggire nella ricerca di una verità più vera, di una realtà ancora più reale che troveranno, infinitamente, ancora altre verità “ più vere” altre realtà “ più reali”.

La scienza, con le sue scoperte oggettive, con le sue conquiste, è parte grandiosa, ma soltanto una parte della storia del nostro pensiero.

     
       






         
   

MODERNITA'

   

Di fronte ai costumi” contagiati dal materialismo, edonismo e relativismo” , il corpo di un malato terminale rappresenta una contestazione vivente, in cui la sofferenza e il dolore vengono vissuti come una testimonianza infinita.
La modernità ha abbracciato la sua nuova divinità : il denaro. Da qui sono derivati molti guai per l’umanità, che ha creduto di poter risolvere ogni problema sotto l’aspetto pecuniario. Ciò non è stato possibile, anche perché alcune questioni non sono risolvibili in termini economici. Il problema della vita e della morte va ben al di là dell’economicismo e chiama in causa una dimensione morale e religiosa ignorata dal capitalismo e da ogni sistema che voglia trattare l’uomo come semplice materia.
Esplode perciò anche nell’epoca contemporanea l’esigenza di fare i conti con la propria anima, e cioè con le necessità autentiche della vita che rinviano ai paradigmi della moralità e della profonda religiosità.
La sopravvivenza vera di ciascun uomo viene così assicurata dal rispetto di quei valori che il materialismo economicista intende abbattere. L’uomo, tenuto prigioniero dall’interesse, si prende la sua rivincità pensando al senso della sua vita e della sua morte.Solo così riguadagna quella dignità che la modernità gli aveva tolto, anche se solo provvisoriamente.
Pascal rappresenta quell’uomo moderno che non si accontenta di vivere nella geometria capitalistica e che intende invece salvare il patrimonio più nobile dell’umanità, l’anima, con tutte le sofferenze, le privazioni e i dubbi che ciò può comportare.
La modernità pascaliana è fatta anche di dubbi e angosce, ma anche dell’unica grandezza possibile per l’uomo: il pensiero ed il sentimento dei propri limiti, che sono il segno di grandezza e nobiltà e che avviano sul cammino dell’autenticità esistenziale.

     
       






         
   

LA POESIA E' DONNA

   

Il genere poetico è femminile nella sua genesi e nella sua struttura, giacchè soltanto la delicatezza sentimentale ed immaginativa può esprimere liricità. La lirica è infatti il momento sublime della produttività artistica, alla quale si perviene attraverso uno sprofondamento negli abissi delle emozioni umane.

Il fare poesia in questo senso vuol dire raggiungere le vette più alte dell’intimità e ciò possono realizzarlo esclusivamente le donne (da Saffo in poi) che hanno potuto conseguirei massimi risultati artistici e quindi quegli uomini che sono riusciti ad uguagliarle nella sensibilità e nella comprensione sentimentale della realtà.

La donna, come ispiratrice di poesia è l’altro aspetto della liricità, che trova i suoi rappresentanti anche nella letteratura italiana con Dante e Petrarca e rispettivamente in Beatrice e in Laura, espressioni massime della grazia, del candore e della bellezza femminile, per la quale l’uomo può ascendere verso le sfere del sublime.

Nell’estetica il sublime non ha altro termine di paragone e l’arte nella forma più pura lo persegue e lo realizza.

     
       






         
   

LA SOLITUDINE UCCIDE

   

La solitudine tenderà a crescere paurosamente nel prossimo futuro, in proporzione al dilagare del consumismo e all’aumento, in percentuale, dell’età senile sul totale della popolazione.

Si dirà che se un uomo cade nella solitudine è perché non è stato capace, nella sua vita, di aprirsi agli altri, di farsi degli amici. Forse è vero. Conosco persone anziane che hanno il senso dell’amicizia e che diffondono intorno a sé calore umano e simpatia. Costoro non saranno mai soli: sapranno stare con i giovani, non avranno mai l’atteggiamento del giudice, di chi vede il male dappertutto.

Ma a parte ciò bisogna dire che anche la società in cui viviamo, che privilegia l’avere sull’essere, non favorisce gli incontri, la socialità.

Siamo, ciascuno per suo conto, chiusi in una torre d’avorio, incapaci di vedere quanto accade nel palazzo accanto. Nasciamo, viviamo e moriamo soli! E continuiamo a vivere insieme, mangiando insieme, salendo insieme ogni giorno nello stesso ascensore e viaggiando sullo stesso autobus, senza nemmeno darci il buongiorno o la buonasera. Siamo degli estranei , spesso dei nemici.

Feuerbach ha scritto che il diavolo per l’uomo è l’uomo stesso e contemporaneamente egli è Dio per lui. E Sartre, con il suo famoso grido : “ l’inferno sono gli altri”, non ha fatto altro che ripulire il pensiero di Feuerbach dei residui sentimentali di compassione per la miserabile natura umana. Il resto lo fa l’egoismo consumistico.

Quanti si sono tolti la vita nei giorni di Pasqua hanno avvertito, in modo drammatico, la solitudine ostile e profonda che intesse la via associata. Essi hanno voluto affermare che senza amore non si può vivere.

Stanislaw Grygiel lo ha detto molto bene : “L’amore dà vita, è lontano dalla categoria dell’efficacia. Se l’amore viene profanato, se si insinua in esso il calcolo, servo dell’egoismo e della volontà non liberata, esso si trasforma in solitudine e in disperazione e in menzogna, e in ingiustizia, e in guerra, e tutte in un grado intollerabile”.

Una società consumistica, come la nostra, che fa del progresso efficientista e dell’aumento della produzione il fine dell’esistenza (i vecchi e i malati che ci stanno a fare ?), è un non senso. Una società del benessere ad ogni costo, ricorrendo a forsennati sfruttamenti della natura e a più dolorosi sfruttamenti dell’uomo, è un assurdo: una società mostruosa. Le ultimeterribili testimonianze di suicidi dovrebbero farci riflettere. Assurdità delle guerre, incomprensione della famiglia, ipocrisia della società, religione astratta, incomunicabilità e solitudine spirituale pur nei “popoli deserti” delle nostre metropoli urbane, incertezza del futuro, timore nevrotico dell’avvenire.

Il suicidio, ha scritto Spartaco Lucarini, è il sintomo più tragico e appariscente insieme della insofferenza di questo sistema di vita, che contrasta con qualcosa che è dentro il cuore dell’uomo e l’opprime e lo consuma.

Un sistema che soprattutto la nuova generazione sente innaturale e inumano.

Nell’epoca delle più travolgenti comunicazioni, l’incomunicabilità fra le persone è la caratteristica dominante.

Ma dove c’è incomunicabilità, c’è il tedio della vita, e col tedio si arriva presto al rifiuto della vita stessa. L’amore è luce di verità che si dona, con amabile dolcezza, all’immenso mare delle miserie umane. A ciascuno le sue responsabilità.

     
       





         
   

FEDE E SCIENZA

   

La fede, si dice, è oscura; ed è vero: il suo oggetto non si schiude mai nella sua luce interiore. Quella che genera la fede non è luce diretta, è sempre riflessa. Ma è pure vero che se nello spirito non c è fede, nelle zone più profonde è buio pesto; mentre quando c’è, si fa chiaro e si vede.

La scienza è luce tersa; ma a raggio limitato : oltre quel raggio è tenebra. La soluzione di un problema matematico ci si può aprire entro in tutta la sua intrinseca tersissima evidenza; ma che cosa può dirci quella soluzione, per quanto luminosa, intorno ai supremi interrogativi umani?

Che cosa sono io? Qual è il mio destino? Perché l’universo ? La bellezza? La giustizia? Verso quali mete cammina la storia? Perché il dolore? l’amore, il lavoro? A tali interrogativi non vi è scienza che dia una risposta; vi risponde invece la Fede, luce crepuscolare di Eterno Meriggio, convincimento di cose che non si vedono.

L’anima moderna è ammalata di elefantiasi nella scienza, d’atrofia nella fede: conosce molto; sa e comprende poco o nulla; donde il suo smarrimento nella fitta aggrovigliata boscaglia delle sue conoscenze in numeri.

La scienza è fiammella di lampada: diretta, vivida, ma circoscritta; la Fede è luce di sole: riflessa, tenue, ma diffusa ovunque. La scienza illumina una zona limitata dello spirito tanto più angusta quanto più profonda; la Fede rischiara tutto l’universo interiore. La scienza guida l’uomo in spazi e tempi ben definiti; la Fede è astro che riluce sempre e ovunque per quanto dense e nereggianti s’addensino le nubi del mistero fra lo spirito umano e il Sole infinito.

     
       






         
   

LA PRECARIETA’ DELLA CONDIZIONE UMANA

 
 

Gli uomini quando nascono sono uguali: sono le condizioni di vita che poi li rendono diversi.

Vi è chi nasce povero e rimane tale e chi invece ha la possibilità, per condizioni ambientali, di acquisire onori e glorie sulla terra e di vivere a contatto con la ricchezza e il potere.

Le grandi utopie (di Platone, di Tommaso Campanella, di Marx, ecc.) le grandi utopie promettevano uguaglianza e dignità per tutti, ma la storia le ha clamorosamente smentite, in quanto sopravvivono le condizioni e le situazioni di estrema disparità sociale, che l’attuale sistema liberistico rafforza inesorabilmente.

Rifugiarsi nella religione diventa allora per i più deboli una necessità, perché essi possono rivendicare almeno davanti a Dio la loro pari dignità. La sopravvivenza dei più emarginati è legata alla speranza di una uguaglianza possibile in un mondo nel quale vige il comandamento religioso dell’assoluta parità tra gli esseri umani.

I potenti non hanno invece il problema della parità ed anzi cercano di procrastinare la disparità su questa terra, in quanto proprio dalla disparità essi traggono profitto e impongono la loro superiorità. Ma fino a quando? Nel momento finale della loro esistenza, anch’essi devono sottostare alla superiore volontà di cessare la loro vita e di acquistare una parità che fino a quel momento avevano rifiutato. Per loro il comandamento dell’uguaglianza riprende il suo vero significato di fronte alla morte, quando fallisce ogni tentativo d’inganno e si riacquista quella dimensione iniziale. Davanti alla inevitabilità della finitudine tutti gli uomini ridiventano uguali.

La conclusione è davvero strana. La faticosa ricerca di potere e gloria risulta inutile se commisurata alla categoria dell’eterno e non a quella del tempo. La temporalità appare suscettibile di vane illusioni, che non possono assolutamente appagare né il cuore né l’anima dell’uomo.

     
       






         
   

UN MONDO SENZA AMORE

 
 

E' sotto gli occhi di tutti lo spettacolo desolante e indecoroso di quanto accade sulla terra, e ciò sollecita una domanda:
Potranno mai gli uomini mettersi d'accordo e vivere in armonia ?

La realtà della storia ci presenta ogni giorno conflitti, contese, dispute e uccisioni . Ovunque c'è disaccordo, un modo di comportarsi indegno degli uomini. Con cognizione di causa e grazie all'esperienza della mia vita e delle mie ricerche, sonoportato a pensare che sono i demoni a determinare l'azione dell'uomo. I demoni si servono di certi medium, particolarmente sensibili al loro influsso, per organizzare la sardana luciferina verso la quale trascinano il mondo.

Le mie parole non devono meravigliare: esse non sono scaturite dal bigottismo religioso o daridicoli pregiudizi, ma da esperienza vissuta e sofferta. Da quando, agli albori del Novecento, si affacciò nel mondo lo spiritismo, la metafisica e la parapsicologia, ma anche gli studi del settore, non sono stati capaci di comprendere, nel suo vero valore, tale spiritismo: così, grazie anche ad Allan Kardec che lo ha codificato ed evangelizzato, l'Anticristo piano piano, ma in modo inesorabile, ha fatto capolino e si è affermato sempre più in tutto il mondo, persino nelle chiese e nel clero cattolico.

Bisogna lanciare un messaggio di allarme alle organizzazioni parapsicologiche, agli studiosi del settore, col fine di troncare sul nascere il prolificarsi di ciarlatani, imbroglioni e mestatori dell'occulto. Questi erano e sono tuttora gli agenti consapevoli e inconsapevoli dell'Anticristo.

Oggi, la situazione è peggiorata enon può risolversi senza l'aiuto del Divino. Nessuno può immaginare quanti peseudomedim e pseudoguaritori operano in modo illecito inItalia e nel mondo. Occorre, pertanto, l'aiuto di tutti gli operatori di pace (quelli non politicizzati) perrichiamare la nostranaturale dipendenza da Dio, la Sua trascendenza, il Suo tutto ed il nostro nulla.Sono verità, queste, la cui interiorizzazione conduce all'umiltà, che è la vera virtù dell'uomo, in quanto è carità.

     
       





         
   

LE RAGIONI PER CREDERE

 
 

L’uomo, che è l’ente massimo di un Universo rivelato, riassume in una sintesi perfetta tutte le proprietà del creato. Dice bene lo zodiaco nel riconoscerlo quale oggetto di una cosmogonia a cui non è negata alcuna prerogativa, in quanto, essendo appunto una parte del tutto, è elevato alla dignità di dipendere dai vincoli delle sfere celesti che sono anch’essi corpi preposti a tale scopo.

Tuttavia, a causa della molteplicità delle cose molti uomini, sconoscendo la propria natura spirituale- forse perché sono accecati dal materialismo, sono spinti a negare ciò di cui, pur non essendo visibile, esiste.

Secondo me, quello che dà un’ immagine della vita, che suggerisce l’ipotesi della sopravvivenza, è dimostrato dal principio della dualità di tutte le cose- si pensi alle dicotomia yin e yang, negativo e positivo, spirito e materia. Ne deriva che, accanto alla materia sconosciuta del mondo fisico, non può non ergersi la qualità dello spirito sconosciuto che è si nascosto alla vista, ma è parimenti visibile ora all’intelletto ora all’intuizione, ora alla fede. Ed è proprio lo spirito che, nella sua essenza, esprime le possibilità della vita, anche quella materiale, come è ribadito dalla termo-dinamica col suo principio che “nulla si crea, nulla si distrugge”. Col suo libro, Lo spirito questo sconosciuto, l’astrofisico Jean E. Charon, senza negare i principi della scienza, enuncia l’interessante conclusione che la materia risulta essere dotata di una memoria d’azione cioè di uno spirito che governa tutti i processi naturali.

Le citate categorie d’intelletto, d’intuizione e di fede, a loro volta, possono confluire insieme, nella singola persona traducendosi nella più perfetta convinzione della sopravvivenza. Ed è, questa, la posizione di chi ha la grazia di credere. Mancando invece di queste qualità o di alcune di esse, la singola persona può brancolare nel buio e perdersi..Chi interpreta e risolve il problema è il Cristo, crocifisso e redento, la cui sublime trasparenza è affermata dalla cultura di ogni tempo. Cristo si presenta sulla scena del mondo nella duplice natura di uomo e di dio, e nella sua sintesi definisce i limiti della razionalità e la luce sublime dello spirito. Dello spirito oltre la morte, oltre la materia, nella luce eterna della Verità.

     
       





         
   

COSCIENZA E MORALE

 
 

La vita morale presuppone un soggetto come luogo centrale di comportamenti e di responsabilità: un soggetto capace di elaborare nella sua intimità un linguaggio che definisca i valori di giustizia, rettitudine, solidarietà, lealtà, ecc. e sia in grado di attuarli nell’esistenza individuale e collettiva. Si esprime così l’idea dell’uomo che ha consapevolezza e volontà di realizzazione operativo-comportamentale.

La coscienza morale, già presente nel mondo greco con Socrate, si rafforza nel cristianesimo( a cominciare da San Paolo) e si esprime compiutamente in Sant’Agostino, che la elabora in modo esemplare nelle Confessioni ,un classico di psicologia ancorata ad un’ontologia.

“Io sono, io conosco, io voglio” ( Confessioni , XIII , 11) rappresentano le tre coordinate della personalità, i tre aspetti costitutivi dell’uomo, che esiste in quanto conosce e vuole : conosce la norma di ogni giudizio e cerca di applicarla nella sua condotta, giacchè il non applicarla comporta un senso di malessere, di sgomento, di angoscia.

Tutti gli uomini hanno coscienza, ma perché i comportamenti non sono sempre adeguati? Perché lo spergiuro ripete sistematicamente i suoi atti di falsificazione e l’invidioso continua a odiare il suo prossimo? Bisognerebbe fare un’analisi puntuale di questo fenomeno, che si annida sia nei credenti che negli atei. L’avaro si trova dovunque e la sua volontà è certo viziata da un “cattivo” interesse che non vuole accettare la norma interiore e che anzi le si ribella. Le pulsioni egoistiche sono talmente forti che prevalgono spesso sui criteri depositati dalla stessa natura razionale o da un Essere divino.

In tutti questi casi la soggettività umana è rivolta al male secondo uno schema meccanico che segue l’egoità utilitariae non ha dubbi circa la correttezza delle azioni. Bisognerebbe educare la sensibilità e porla di fronte al dubbio o sulle conseguenzedelle proprie operazioni per verificare concretamente, nella quotidianità dell’esistenza, le conseguenze pratiche di ogni atto. Una educazione perversa produce solitamente frutti perversi, anche là dove si ascoltano prediche eccellenti, che però non intaccano la sostanza dell’operare. L’occhio di Dio si è forse stancato di illuminare la mente umana, se il cuore dell’uomo rimane arido ed ecocentrico, se le azioni umane ubbidiscono ad altri criteri collaudati da Caino e perpetuati nel tempo scellerato dell’avidità e della falsità. No, Dio ha fatto il suo dovere di stilare le sue Tavole, sono gli uomini che non intendono riconoscerle e metterle in pratica con azioni corrispondenti alla profondità del bene. Il Decalogo esiste oggettivamente, ma spetta al soggetto tradurlo nel proprio linguaggio con la libertà che deriva dalla buona educazione e da un sano concetto di civiltà; mentre sopraggiunge la folla di furbi e bugiardi, che non stanno a guardare e lavorano indefessi alla rovina di tutte le coscienze, coinvolgendole nella loro maliziosa disonestà.

     
       

 





         
   

RIFLESSIONI MORALI SUI TEMI DELLA VITA

 
 

La bellezza è crudele, sadismo e masochismo si incrociano nei rapporti personali, i passaggi della vita si rivelano mutilazioni selvagge, gli abissi dell’anima vengono riempite da altri invasioni peggio che barbariche. Aspri e devastati sono i panorami umani.

L’eterna giovinezza è impossibile.
La strada giusta è un’altra: valorizzare la propria età rimanendo creativi, con la mente e il “corpo”.

I valori sono il polline della vita. Possono essere scomodi, ma non per questo vanno elusi o traditi. Non sono ideali astratti, ma punti fermi della nostra coscienza, ancoraggi della nostra condotta.

La società che scorre giorno dopo giorno ha perso i suoi ideali, i suoi valori.

Socrate, Platone, Aristotile, S. Agostino, Seneca, sono stati i miei maestri e il mio ancoraggio spirituale.

Oggi non tutti hanno la forza interiore per affrontare i dolori della vita. Insomma, ci sono dei valori che vanno salvaguardati. Certo è che questo disorientamento morale, questi punti di riferimento così precari e vulnerabili della nostra società, hanno creato inquietudine all’umanità.

Il sesso dovrebbe essere vissuto come mezzo per sviluppare e perpetuare l’amore, come carica positiva per stabilire e approfondire la comunione interpersonale.

Troppo spesso invece la sessualità viene vissuta come forma di superficiale contatto interpersonale.

Credo che dobbiamo sforzarci di arrivare al traguardo della vita con umiltà che è la virtù della verità. La vita produce un senso permanente di sofferenza che ci condurrebbe fatalmente all’amarezza, all’abbattimento, se non fossimo sostenuti dall’amore.

     
       





         
   

IL PENSIERO FILOSOFICO DI ROSMINI


 

Reverendo Sacerdote
Antonio Rosmini Serbati
 

Di solito il Rosmini viene collocato tra i platonici. Ed è vero che egli ha subito il fascino morale e religioso che emana dalla dottrina di Platone e da tutti i filosofi cristiani platonizzanti, principalmente da S.Agostino e
S. Bonaventura. La sua teoria dell’essere ideale deriva certamente da lì.

Ma è anche vero che in lui si fa sentire viva l’esigenza più vitale dell’aristotelismo, la necessità dell’esperienza, l’acuta e oggettiva indagine psicologica, l’esame rigoroso dei fatti, la trattazione scientifica puramente logica dei vari argomenti. In questo senso si può dire che rivive nel suo pensiero il metodo aristotelico-tomista, la dottrina della “sensata esperienza” di G.Galilei e il “verum ipsum factum” di G. B. Vico. Certo il Rosmini non è Platone né Aristotele , non è S. Agostino né S.Tommaso, così come non è Kant né Hegel. Si è detto bene quando si è affermato che Rosmini è Rosmini, cioè un pensatore in cui rifioriscono molti aspetti della migliore tradizione filosofica antica e moderna, ma è soprattutto un pensatore originale, che ha un suo posto distinto e inconfondibile nella storia del pensiero umano: e bisogna accettarlo per quello che è nel suo complesso, senza volerlo costringere violentemente a rientrare in una determinata tendenza o nel pensiero di un altro determinato filosofo.

Il suo merito principale, il suo valore attuale ci sembra quello di dare, con la sua teoria dell’essere ideale, reale e morale, una giustificazione a tutte le principali correnti filosofiche, svelandone gli eccessi e le unilateralità. Con l’affermare il nesso reciproco e la distinzione effettiva tra il reale e l’ideale, il Rosmini giustifica il realismo e l’idealismo, opponendosi alla valorizzazione esagerata dell’uno e dell’altro, fatta ad esempio dal positivismo e dall’hegelismo. Egli vuole arrivare ad una mediazione tra realismo e idealismo a beneficio della realtà morale dell’uomo e del mondo. Per questo ha messo in luce tra i suoi concetti più importanti quello della persona e della volontà morale. La dottrina della unitrinità dell’essere è una speculazione che offre alla realtà del soggetto pensante la legge da attuare volontariamente: è filosofia quindi che si integra nella vita.

Il pensiero rosminiano ha anche il merito di essere una filosofia che, pur volendo riallacciarsi alla tradizione, non si ferma soltanto a questa, ma parte dal grado di consapevolezza critica raggiunto dai più grandi filosofi moderni (Kant,Hegel) per aggiungere al tronco della tradizione stessa nuovi rami e nuove fronde. In questo senso si devepure intendere la caratteristica affermazione del Rosmini di voler restaurare la filosofia “cristiana”. Con ciò egli non intende una filosofia dimezzata, piena di vincoli o di paure, non “ una filosofia mescolata coi misteri della religione”, aprioristica, ma una filosofia “ che possa appianare i bisogni del tempo” e sia “sostanziosa” e soprattutto sana e solida come lo è una filosofia fondata unicamente sulla ragione. Il suo è un incessante appello ai filosofiche vogliono fare della filosofia a non voler tradire per nessuna cosa al mondo i diritti della ragione scientifica , perché soltanto da una filosofia “sana e solida”, cioè vera, potranno venire conseguenze favorevoli alla religione.

     
       





         
     
ETTORE MAJORANA

IL PIU’ GIOVANE ACCADEMICO D’ITALIA
RIFIUTO’ DI CONTRIBUIRE ALL’ERA ATOMICA

 
 


Il 25 marzo 1938, all’età di 31 anni, Ettore Majorana , uno dei più grandi fisici italiani, scomparve per sempre.


Suicidio?
Crisi mistica? Esule volontario? Ucciso?
Nessuno sa dare una risposta a questi interrogativi.
Mussolini scrive di suo pugno a matita rossa “ Voglio che si trovi “. Sulla sua breve ma intensa vita di scienziato calerà un velo che nessuno è riuscito più a squarciare. Tuttavia su quel mistero appaiono, di tanto in tanto, nuove rivelazioni. Secondo quanto scrive un settimanale, Ettore Majorana sarebbe morto nel convento di Farneta ; nella pace delle sue mura il giovane fisico sarebbe riuscito a chiudere in silenzio il suo capitolo terreno, consegnando i suoi risultati atomici al segreto dei frati certosini. Majorana avrebbe vissuto immerso nella più completa spiritualità, e sul suo corpo sarebbero state trovate le stimmate.
Ma chi testimonia su questa verità? Non certo i certosini di Farneta, chiamati al segreto.
Il mistero quindi continua, e in un momento storico, in cui si riflette sui gravi problemi legati all’uso dell’energia atomica, la vita e la storia di questo grande studioso assumono un valore e un significato di grande attualità. Una cosa è certa: la sua breve vita, quella conosciuta, fu del tutto spesa per carpire i segreti della materia ; ma, aldilà di questo, Majorana fu un uomo solo, forse perché fu uno dei pochi ad essersi interrogato, soffrendone, sui pericoli di un cammino inesplorato.


 
CATANIA
 

CHI ERA ETTORE MAJORANA?

Nasce a Catania nel 1906. A cinque anni è in grado di calcolare quanto carbone deve bruciare una nave per compiere un dato viaggio; a sette vince il campionato provinciale di scacchi; a nove calcola a memoria l’estrazione delle radici cubiche. Studia in un istituto diretto dai gesuiti, supera il liceo a pieni voti e si iscrive alla facoltà di ingegneria. Ormai prossimo alla laurea fa l’incontro della sua vita, quello con Emilio Segrè, che gli dice : “ Vieni con me, ti farò conoscere Enrico Fermi, rimarrai affascinato”. Così fu. Ma anche Fermi rimase entusiasta del nuovo discepolo, di soli pochi anni più giovane.


 
I RAGAZZI DI VIA PANISPERNA
 

I RAGAZZI DI VIA PANISPERNA

A quell’epoca si stava consolidando a Roma, sotto la guida di Fermi, una equipe di giovani scienziati che avrebbero, di lì a poco, sconvolto la fisica tradizionale e lasciato il mondo accademico stupefatto. Erano chiamati “i ragazzi di via Panisperna”, in omaggio alla strada dove sorgeva il laboratorio di fisica sperimentale voluto dal prof. Orso Maria Corbino. Oltre a fermi, fanno parte del gruppo Segrè, Amaldi,, Rasetti.; Majorana entrato più tardi, in breve si mostra una dei più brillanti ricercatori. La sua mente è un vulcano, è considerata mostruosa;. compie calcoli complicatissimi a memoria.

E’ il solo che riesca a tener testa a Fermi.
Un giorno c’è quasi una sfida : per un calcolo difficilissimo Fermi usa carta, matita e regolo; Majorana usa il suo solito sistema : aggrotta le sopracciglia, muove rapidamente le labbra, solleva la testa e dà il risultato, proprio nello stesso momento in cui anche Fermi presenta la soluzione. Tutti rimangono senza parola. Majorana è un autentico profeta della fisica teorica. Qualche anno più tardi Enrico Fermi confermerà di aver visto finire nel cestino, annotata sul solito pacchetto di “Macedonia”, la stessa teoria con cui più tardi, il tedesco Werner Heisemberg avrebbe ricevuto il premio Nobel. Ma non è il solo caso. Nel 1957 i fisici cinesi, naturalizzati americani, Lee e Yang ottennero il Nobel per la loro teoria sulle particelle elementari: venne fuori che la stessa teoria era stata formulata trent’anni prima proprio da Ettore Majorana.
La svolta decisiva nella vita di Majorana avviene nel 1933, dopo che al giovane scienziato fu possibile recarsi in Germania con una borsa di studio: qui incontra a Gattina il grande Heisemberg.


 
Niels Bohr, Enrico Fermi
a Los Alamos , 1944

 

URANIO

La sua esperienza si arricchisce anche di un altro importante contatto, avuto a Copenaghen con il patriarca della fisica atomica, Niels Bohr.
Quando Majorana ritorna a Roma, il gruppo di Fermi sta conducendo esperimenti rivoluzionari: sta sperimentando la produzione di radioattività artificiale mediante il bombardamento con neutroni. Infatti, a partire dal fluoro, l’atomo di un dato elemento, colpito dai neutroni, emette radioattività e “si trasforma” nell’atomo dell’elemento successivo. Di qui la scoperta del 93esimo elemento in natura, l’uranio. Nelle stanze di via Panisperna, con mezzi ridotti e spesso rudimentali, era nata l’era atomica, quella dell’immensa energia sprigionata dalla scissione dell’atomo.L’Italia vive il suo momento di gloria e si parla di “vittoria fascista nel campo della cultura”: il nostro paese è ora anche la terra dei fisici. Mentre il mondo scientifico mondiale tributa riconoscimenti alla scoperta, in Germania si leva, isolata, la voce della prof.ssa Ida Noddak
che così interpreta la scoperta : “ Si potrebbe pensare che bombardando nuclei pesanti con neutroni, questi nuclei si disintegrino in più frammenti assai grandi…” L’idea della studiosa cade nell’indifferenza generale; ma è invece proprio lei a cogliere nel segno. Ha capito che dietro l’esperienza del gruppo romano, si nasconde la “ scissione nucleare”, la chiave per la conquista dell’energia atomica. Lo capirà molto più tardi anche Fermi che in America costruirà a Chicago la prima pila atomica.


 
HIROSHIMA
 

LA CRISI DI MAJORANA

Majorana sembra chiudere con la fisica ed entra in una crisi spirituale, che gli fa dire che “la fisica è su una strada sbagliata”. Nello stesso tempo entra in crisi anche il gruppo di via Panisperna, guidato da un acerrimo nemico di Fermi, Antonino Lo Surdo.
A Majorana arrivano da tutto il mondo molte offerte di lavoro, tutte respinte. Entrato in una depressione sempre più acuta, trova sostegno dai vecchi amici: Segrè e Fermi lo convincono a pubblicare un vecchio lavoro necessario per ottenere la cattedra di fisica teorica all’Università di Napoli, che viene affidata “ per chiara fama”. Vi tiene una dozzina di lezioni, poi la scomparsa.

Riscuote gli stipendi arretrati, scrive una lettera ai familiari che termina con queste espressioni :

” Ricordatemi nei vostri cuori, se potete; e perdonatemi. Ma non portate il lutto per me”.

Si imbarca sul traghetto per Palermo e raggiunto il capoluogo siciliano, fa sosta all’albergo Sole, e scrive una lettera drammatica al prof. Carrelli:

Caro Antonio, ho deciso di togliermi la vita. L’ho deciso perché non sento un’autentica necessità di stare al mondo e credo che il mondo farà benissimo a meno di me. Sono molto stanco. Tu che mi conosci puoi comprendere che la mia delusione non è quella di una ragazza ibseniana. Il problema è molto arduo e profondo. Voglio ringraziarti per la cura che ti sei preso per me e per l’affetto sincero che mi hai dimostrato. Ti chiedo scusa per l’inevitabile disturbo che il mio gesto ti arrecherà. Addio “.

Imbuca la lettera al mattino, ma alla sera ha un ripensamento e telegrafa all’amico:
Annullo notizia che ti ho dato. Scriverò ancora. Ettore”.

Invece non scrisse più.
Cerca invano l’altro amico Segrè, e la sera del 25 marzo col traghetto postale si dirige a Napoli. A bordo incontra il matematico palermitano Vittorio Strazzeri col quale divide una cabina di seconda classe. Poi più niente. L’ultima testimonianza certa sulla sua vita e la ricevuta del biglietto che Majorana consegna allo steward sbarcando dal traghetto. Niente altro. Per il resto emergono confuse testimonianze, come quella del gesuita De Francesco che riconosce la fotografia dello scienziato.

La sorella e la madre di Majorana rivolgono di conseguenza un appello a papa, Pio XII, per cercare il congiunto nelle clausure.
Le ricerche non hanno alcun esito positivo. La sorella Maria racconterà che fu “ tutto inutile, ma la sua scomparsa era così inspiegabile, che nostra madre Dorina, morta nel 1966 , fino all’ultimo coltivò la speranza di vederselo comparire a casa da un giorno o l’altro”.



 
MUSSOLINI CON HITLER
 

MAJORANA E IL REGIME

Ma non finisce qui. Nel 1944 durante la Repubblica di Salò si parla di collaborazione di Majorana con i tedeschi alla costruzione della famosa "arma segreta". Mussolini chiede conferma all’ambasciatore Anfuso, ma invano.

Nel luglio del 1946 la “ Gazzetta di Losanna” rivela che il servizio segreto sovietico aveva tentato di venire in possesso dei quaderni di Majorana, parte dei quali sono custoditi nella Domus Galileiana di Pisa.

Dello studioso catanese non si è saputo più nulla; ogni ipotesi sulla sua scomparsa, compresa quella di essersi gettato nel cratere del Vesuvio, può essere valida.



 
ETTORE MAJORANA
 

LA SCOMPARSA DI MAJORANA

Ma perché Majorana ha deciso di uccidersi?
O semplicemente di scomparire?
Crisi esistenziale?
Crisi mistica?

Forse crisi di un uomo troppo sensibile, schiacciato da un’atroce sfiducia verso il genere umano.
Gli scienziati di via Panisperna”, senza accorgersene, erano riusciti a scindere l’atomo, l’Italia e la Germania furono teoricamente ad un passo dalla conquista della bomba atomica. Forse Majorana fu l’unico del gruppo a capirlo.



 
FERMI RICEVE IL PREMIO NOBEL
 

Emilio Segrč ha detto:
” Dio per i suoi intenti imperscrutabili, ci rese tutti ciechi”.
E certo Ettore Majorana potrebbe essere stato parte attiva di questo disegno. L’unico che fu in grado di comprendere la verità, ma che rifiutò di collaborare alla costruzione di un mondo di cui il suo genio aveva intuito l’atroce assurdità.



Per Majorana non poteva che essere questo l’unico scopo per scomparire per sempre:
l’unico vero prezzo di una vita preziosa e sublime.


Nicola Costantino

     
       



         
 


Hitler
acclamato dal popolo tedesco
 
SHOA
STERMINIO NAZISTA


Una volta un imbianchino di nome Adolf Hitler, disse, in una birreria: " Se un giorno andrò al potere, la prima cosa che farò sarà distruggere il popolo ebraico".
Alcuni anni dopo, l'imbianchino andò al potere, e mise in moto una macchina che assassinò i nove decimi del popolo ebraico in Europa. Questo assassinio di massa si chiama, in ebraico, Shoa. Avvenne durante la seconda guerra mondiale, nello scorso millennio. In quella guerra morirono circa 50 milioni di esseri umani.Storicamente l'antisemitismo, nella forma in cui si è espresso e si esprime, il prodotto dell'ostilità religiosa ( antigiudaismo) alimentata dai cristiani contro gli ebrei che sono stati accusati di essere tutti insieme, come popolo, i responsabili dell'uccisione di Gesù, ovvero del deicidio.
Questo non significa, attenzione, che le autorità ecclesiastiche abbiano volontariamente e consapevolmente ispirato il razzismo antisemita, che spesso hanno invece duramente condannato. Ma ciò non toglie che questo razzismo si sia sviluppato nei paesi cristiani e, fino a questo secolo, solo in essi, nell'alveo di una condanna religiosa che è rimasta inalterata per quasi duemila anni, fino al concilio Ecumenico Vaticano II 1965.
Al tempo di Cesare e Augusto, quando Roma estendeva il suo dominio sul mondo Mediterraneo gli ebrei, pur conservando ancora il loro centro territoriale e spirituale in Palestina, erano disseminati in tutto l'Impero Romano ed anche oltre le sue frontiere, dove professavano la credenza in un Dio unico. Ma fu dopo l'occupazione romana della Palestina che gli ebrei avevano dato vita a frequenti ribellioni. Le autorità imperiali, costrette spesso a intervenire militarmente per ricondurre all'ordine quella turbolenta provincia( il punto culminante della repressione fu la distruzione del tempio e della città di Gerusalemme nel 70 d.c.), nutrivano nei loro confronti sentimenti di ostilità e diffidenza che si indirizzavano anche verso le numerose comunità ebraiche della diaspora, quelle cioè che si trovavano sparse in diversi territori del bacino mediterraneo.
Di questo atteggiamento furono vittime anche Gesù e i suoi seguaci cristiani che, per molto tempo, furono considerati a Roma come una setta ebraica. Ma per i cristiani, quando i discepoli originari di Gesù erano ormai scomparsi nella distruzione di Gerusalemme, era essenziale segnare la separazione fra la propria religione e quella da cui essa derivava.
Nacquero così le principali accuse contro i giudei, di cui Giuda, il traditore di Cristo, diventa l'emblema stesso. Essi sono considerati colpevoli non solo di non aver voluto riconoscere la divinità di Cristo, ma addirittura di averlo messo a morte.
E' appunto l'accusa di deicidio il marchio di infamia che nel mondo cristiano accompagnerà gli ebrei per quasi duemila anni. In ragione di questa accusa essi vennero emarginati dalla società, privati di molti diritti e costantemente guardati con diffidenza. Anche la violenta repressione di cui fu oggetto la loro rivolta contro i romani e il fatto stesso di vivere perseguitati, lontano dalla terra d'origine, vennero subito interpretati dai teologi cristiani come un segno della giusta punizione che essi avevano meritato con il loro delitto.Le masse cercarono di far ricadere le responsabilità delle proprie fra stazioni e delle proprie disgrazie su un " capro espiatorio": gli ebrei.
Alla metà del 1300 si accusarono gli ebrei di avvelenare i pozzi e diffondere il morbo della peste, spinti dal loro odio per i cristiani senza curarsi del fatto che essi stessi ne sarebbero morti.E' da qui in poi che la storia degli ebrei cambiò tragicamente.
Essi venivano ormai individuati come un gruppo etnico, con precisi connotati biologici, dal quale nessuna conversione religiosa consentiva di uscire.Questo fu evidente all'inizio del 1500 in Spagna, dove i re cattolici Ferdinando e Isabella decisero di cacciare dal loro regno tutti gli ebrei che vi abitavano.
Furono cacciati 100.000 individui.La "nazione ebrea" restò così al bando delle comunità cristiane per molti secoli. Soltanto nel 1781 l'imperatore d'Austria Giuseppe II emanò una patente di tolleranza( Atto legislativo che concede la libertà di religione ai gruppi non cattolici tra cui gli ebrei) per gli israeliti, mentre la Rivoluzione francese pronunciò a sua volta la piena equiparazione degli ebrei agli altri cittadini nel 1791.
L'emancipazione degli ebrei fu successivamente sancita nel corso dell'Ottocento dagli altri Stati europei, tra cui il Regno di Sardegna nel 1848, il Regno d'Italia nel 1861, la Gran Bretagna nel 1866, la Germania nel 1870. Assai dura per tutto l'Ottocento restò, invece, la condizione degli ebrei in Russia, in cui l'annessione delle province polacche aveva inserito più di un milione di israeliti; l'assassinio di Alessandro II (1881) provocò sanguinosi massacri di ebrei (pogrom), favoriti dal governo, che si ripeterono negli anni seguenti, provocando migliaia di morti.
L'antisemitismo però non scomparve nei paesi in cui gli ebrei erano stati emancipati; esso continuò a serpeggiare virulento all'interno di circoli culturali e di gruppi politici di orientamento reazionario e nazionalista. Il razzismo antisemita prese poi nuovo vigore dopo la grande guerra, con manifestazioni particolarmente violente e irrazionali in Germania, dove il razionalismo stimolato dalla disfatta addossò agli ebrei e ai socialisti la responsabilità della sconfitta, aprendo la strada alle farneticazioni di Hitler, che indicò negli ebrei la causa di tutte le disgrazie del paese.
Gli ebrei, quindi, di nuovo, assunsero il "ruolo" di capro espiatorio… lager, campo di concentramento e sterminio nazisti (Konzentrationslager), furono utilizzati dal regime nazista dal 1933 per confinarvi dapprima gli oppositori politici, poi anche, e soprattutto, il popolo ebraico.
Nel primo periodo (1933), con l'avvento al potere di Hitler, i lager avevano lo scopo di "rieducare" i tedeschi antinazisti: comunisti, socialdemocratici, obbiettori di coscienza. I campi di concentramento, solidamente ( vedi i Glavnoye upravleniye lagerey, gulag russi aboliti dopo l'avvento di Gorbacev) vengono costituiti per esercitare una stretta sorveglianza su un considerevole numero di individui sia nazionali che stranieri.
Fu la Germania nazionalsocialista, durante la seconda guerra mondiale, a dare ai campi di concentramento la sinistra fama che da allora conservano.Affidadi direttamente al controllo delle SS, divennero, soprattutto negli anni della seconda guerra mondiale, sede della "soluzione finale" contro gli ebrei, oltre che di sperimentazioni pseudo-scientifiche su esseri umani.Le SS, coerenti con il"credo hitleriano", agivano quindi con brutalità e assuefacendosi a una completa insensibilità morale e a un perfetto automatismo dell'obbedienza. I lager più famigerati furono quelli di Auschwitz, Buchenwald, Dachau, Mauthausen.
In Italia funzionò il campo di concentramento di Fossoli, mentre l'unico campo di sterminio fu la Risiera di S.Sabba.
Un milione di persone perirono anche in campi di concentramento meno noti in Jugoslavia (Gospic,Jasenovac, Sajmiste), nei Paesi Bassi (Mechelen, Herzogen-busch), in Norvegia, Romania e Grecia.


 
 







         
   

DIO E' IL PADRONE DELLA VITA

   

Se la morte è dolore, chi può morire senza dolore?

A nessun essere umano è consentito di morire senza provare il dolore del distacco, che non è un semplice partire ma un " traslocare" nell'altro mondo.

Chi ha fede può ottenere la sofferenza della traslazione e pensare ad un al di là pieno di speranza immortale, nella quale tutti gli uomini si ritroveranno prima o dopo. La questione della morte diventa allora la ragione della vita e del saper vivere secondo la " buona " finalità, che dà il senso del vivere terreno.

Vivere " naturalmente " deve essere possibile, finchè Dio vorrà.
E non possiamo attenderci dalla scienza l'immortalità, altrimenti cadiamo in una forma di feticismo consumistico privo di qualsiasi connotazione spirituale.

Il pericolo di oggi è proprio l'esaltazione tecnologica e artificiale dell'esistenza che dimentica il senso profondo della vita e della morte. Il credente soprattutto non dovrebbe appellarsi alla terapia dell'eutanasia, né a quella dell'accanimento tecnologico per una sopravvivenza effimera e caduca. Se mai, deve lasciare all'ateo un simile atteggiamento di attaccamento alla materialità tecnologica e di quasi divinizzazione della scienza.

     
       

         
   

LA VITA CHE SCORRE

   

I momenti più incisivi e lucidi per poter interrogarsi sull’ “oggetto- vita”, come qualcosa al di fuori, come un villaggio che si presenta provenendo da nebbie fitte, sono da ricercarsi in quel particolare passaggio che conduce dal sonno- in quanto momentanea interruzione di quel “senso di identità” a cui siamo tanto attaccati- alla veglia, ovvero dal non essere all’esserci. Abbiamo abbandonato per un certo tempo la vita dei sensi per poi ritrovarla e riappropriarcene lentamente per fasi sfumate. Quel villaggio in cui ci è dato di vivere per alcuni anni è solo un villaggio tra tanti. Vi giungiamo trasportati da un grande fiume che lì ci deposita ma che da lì prima o poi inesorabilmente ci porterà via, ancora lontano (o vicino). E’ proprio del fiume lo scorrere : il liquido trasportatore, massa energetica trasparente, bagna e coinvolge “il Tutto” che trascina via con sé , tutto supera fino ad infiltrarsi nelle più sottili fessure, riempiendo immense distese. Ma il fiume in cui noi in qualità di uomini siamo immersi non è tanto un semplice stato fisico, e al cui interno noi siamo semplici granelli di terra. E’ piuttosto una sorta di “corrente del pensiero” (stream of consciousness), la quale è ricca delle nostre sensazioni, dei nostri articoli di fede, delle più svariate contraddizioni : tutto vi si mescola, come avviene per i granelli di terra che nell’acqua formano trame sottilissime e dinamiche. Questa corrente non è d’altro canto neppure un flusso anonimo e impersonale, ma piuttosto il diretto contrario, in quanto i miei pensieri che mi appartengono - come ben nota il filosofo pragmatista inglese William James nei suoi “Principii di psicologia” del 1890 - “ sono circonfusi da una specie di calore, da un senso di intimità (warmth and intimacy) che non hanno affatto gli altri, da cui risulta che si giudica, che il me di ieri, è in un certo qual senso particolarmente sottile, la stessa cosa dell’Io che ora fa quel giudizio” . All’interno di questo fiume del pensiero dimora la linfa dolce-amara del tangibile, di ciò che dunque ci fa sentire vivi e presenti a noi stessi in qualsiasi forma siamo configurati e grazie ad esso le nostre fantasie generano a loro volta fiumi di idee. Il fiume riproduce se stesso, proprio come la nostra coscienza, che in quanto processo sequenziale, cioè unitario e caratterizzato dal fatto che ogni elemento è preceduto e seguito da un altro, ri-categorizza costantemente le proprie categorie . Il contatto col mondo esterno e le relazioni con i nostri simili impediscono una sempre possibile deriva solipsistica del soggetto come il sole forma sulla superficie macchie di luce che sensibilizzano la mente, la sollecitano, la rendono più viva donandole creatività e slancio, e come in lontananza udiamo la voce dell’acqua che scorre, così le nostre menti captano lo scorrere di altre menti, pensanti nel presente. La mente, come l’acqua, scorre di forza propria, ma nello stesso tempo si riduce talvolta ad essere trasportatrice involontaria di altri oggetti che acqua non sono; così il pensiero, trasportando presunti valori ma scarsamente dotati di calore e intimità, rischia l’alienazione. Ecco perché “in molti individui appare già una sfrontatezza che abbiano il coraggio di pronunciare la parola ‘io’” .
Perché infatti spesso ci riconosciamo impotenti di creare la nostra vita oltre le comuni e ormai logore palafitte pragmatiche, di trovare la serenità edificando i pilastri dell’utopia? “Dacchè è stata liquidata l’utopia ed è stata posta l’esigenza di unità di teoria e prassi, si è diventati troppo pratici. Il senso angoscioso dell’impotenza della teoria diventa un pretesto per consegnarsi all’onnipotente processo di produzione, e riconoscere così definitivamente l’impotenza della teoria” .
Nasce poi l’incantesimo: noi uomini, noi filosofi superiamo le resistenze del “troppo pratico” edificando un mondo che non vediamo, ridestando in noi il carattere dell’utopia. Amiamo troppo la vita per poterla negare, siamo come Proserpina che restò nell’inferno (della vita) per l’eternità perché non disposta a rinunciare al suo oggetto del piacere, al suo melograno. E’ la saggezza di chi sa ammirare l’acqua che scorre riconoscendone la sua magica verità. Quando corriamo nella vita ci illudiamo che questo gioco non potrà finire, che il piacere di beneficiare dei profumi dei narcisi eterni non ci verrà precluso, in quanto alla base di tale esperienza c’è pur sempre, come condizione di possibilità, un Io puro, sensibile come corpo e intelligibile come coscienza. Lo scorrere non ci dà tregua, ci pone nuovi salti, nuove rive, nuovi gorghi, e noi sappiamo fermamente e dichiariamo ostinatamente che “cotal felicità d’affetto comincia da questa vita, ed in questo stato ha il suo modo d’essere” .
Saper stare in silenzio, rispettando così l’autonomia degli enti e dell’essere, è una delle più preziose abilità dell’essere razionale che possiamo divenire ; questo silenzio ridona alle cose il loro autonomo esistere e ne sottolinea l’indipendenza e l’originalità. Ma il fiume così silente “appare” incredibilmente fermo e addensato. In realtà il suo operare si potenzia e si accresce proprio in virtù del silenzio stesso, momento di auto-rispecchiamento dell’essere e dell’ente su se stessi. Il tutto che è in questo istante si profila come pace dei sensi, oltre una semplice logica della necessità, oltre una scarna tautologia, è anche soprattutto reazione antagonistica alle infinite paure, angosce, auto-inibizioni, complessi di colpa che appaiono tenuti lontani da questo gesto apparentemente sicuro, ma che in effetti non è altro che un modo infelice di abdicazione dell’io e di arresa passiva all’assolutamente relativo. Risultato? La matrice finemente incisa da punta di freddo acciaio sulla carne rosso rame da una convenzione relativa che si appropria sfacciatamente del titolo di “artigiano dell’essere”. Nella finezza e astuzia della manipolazione, sommatoria di infinite e ostinate pianificazioni, ritroviamo tutta la mediocrità e meschinità dell’ente che rinnega il proprio essere. Inutile il richiamo alla mitologia assoluta. Gli universi infiniti e il candido sensibile sono e restano una diroccata illusione foriera di ulteriori auto-contraddizioni. Resta sempre un Io affaccendato e stanco che reclama ancora una volta con voce difficile di poter posare le labbra assetate “sul velo dell’acqua ristoratrice”, come il saggio fanciullo che corre instancabilmente tra gli eterni narcisi lungo i prati sorridenti. Questo stato conduce drasticamente ad una “gaiezza totale senza sede”, non serva della convenzione e dell’educazione forzata, e distribuita a grandi mani nello spazio dell’utopia e del gioco. Il vero, se sempre di verità si possa parlare, è l’immagine sfumata della memoria, sovrapposizione dinamica di vetri colorati, il vero che educa al distacco e all’ allontanamento dal costituito, dal calcolato, a quella verità che si auto-sopprime per esigenza di verità, che muore per poi rinascere. La passione strozzata, che spasima e chiede liberazione, spruzza violenta e vitale perché il contrasto, nel momento della liberazione (e non ancora nella pura libertà), dà impeto generando l’architettura della sublimazione spontanea e repressiva al contempo. E’ l’atto del divincolarsi da morsa diabolica, la morsa del divieto e del tabù imposto, causa di tante deformazioni. Ma nella “fase liberatoria” la vita pulsionale (definita più elegantemente “astrale”) è libera e penetrante e può incedere nell’ente e poi nell’essere che resta pur sempre imbrigliato nell’enigma tautologico. Ma la tautologia dell’ente e dell’essere amato e voluto ora non può essere più incubo ricorrente, ma è quella realtà soave che si espande sotto l’impeto della serena certezza del dominio. Il fiume torna a scorrere, il silenzio è cessato. La passione carnale-mentale sembra saziata, ma il vero appagamento è nel non essere ancora del tutto soddisfatti .

     
       


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