:: RACCONTI ::
       
   
L'AMARO DISTACCO
   
Romanzo Storico di Nicola Costantino
   
Per la prima volta nella narrativa italiana ci troviamo di fronte ad un protagonismo meridionale nel tempo della seconda guerra mondiale e della Resistenza. Il giovane Nicola parte dalla sua città siciliana con la sua famiglia nel corso dei bombardamenti aerei che preparano lo sbarco degli Alleati nell'Isola del 9-10 luglio 1943 ed attraversa quasi tutta l’Italia, partecipando attivamente alla lotta di liberazione nazionale che si conclude a ridosso delle Alpi Apuane.
Si tratta di un romanzo breve,scritto nella forma essenziale ed efficace con lo scopo di riguadagnare il Sud alla lotta di liberazione nazionale dalla quale è stato escluso ingiustamente sia dalla vasta storiografia che dalla letteratura. Il racconto è veritiero e verificabile,poiché l'autore è il testimone diretto degli avvenimenti che realisticamente descrive usando la prima persona,ed aggiunge un nuovo punto di vista esistenziale e storiografico ai tanti modi in cui finora si è sviluppata in Italia la narrativa sulla Resistenza. La Prefazione del prof. Salvatore Ragonesi, storico e filosofo di valore,e autore a sua volta di saggi storici di grande originalità sulla Resistenza locale a Massa-Carrara, ne definisce chiaramente il significato storiografico e ne caratterizza la profonda e vasta portata letteraria. La storia d'Italia finalmente può essere condotta partendo dal Sud,in una nuova epopea garibaldina che parta questa volta non dalla scontata sede di Genova, dallo scoglio di Quarto, ma direttamente da Marsala e in una Resistenza che può girare anch'essa attorno ad un asse inedito ma vero,anche se espresso nel linguaggio raffinato della letteratura,cioè nel modo simbolicamente e stilisticamente più adeguato. La verità si fa così strada nella letteratura che impone alla storia i suoi nuovi ritmi e chiede ai lettori di rivedere non tanto i contenuti della Resistenza quanto i giudizi, i luoghi e le dimensioni della lotta di liberazione,alla quale hanno partecipato a pari merito tutti coloro che hanno sofferto,rischiato e pagato con la vita. Anche i parroci di Massa,i frati francescani di Roma e le suore del Sacro Cuore di Carrara vi hanno partecipato, ed i frati certosini di Farneta caduti per la causa della libertà ed i parroci di Vinca,di Fosdinovo e di S. Terenzo uccisi nelle stragi assieme alla loro gente. Per la prima volta un romanzo fa chiarezza anche nelle vicende storiche, narrate ovviamente con le immagini ed i colori della buona scrittura letteraria, sicché anche sotto il profilo estetico si può affermare che il racconto è perfettamente riuscito. L'andamento stilistico non cede mai ai tanti vizi grammaticali e, più ancora,dialettali che hanno caratterizzato la stagione ormai esaurita del neorealismo. Questo di Nicola Costantino è un romanzo dal forte sapore autobiografico che si fa leggere e che è tutto da leggere,dal racconto dei primi amori adolescenziali a quello della sofferenza in presa diretta dei profughi e degli sfollati, dalla messa a fuoco della Resistenza meridionale al divampare della generale lotta di liberazione a Roma e nelle città e nei villaggi delle Apuane e della Lunigiana,dalla rappresentazione,con poche pennellate,della tragica situazione degli ebrei romani a quella dei militari che si danno alla lotta di liberazione e che vanno ad incrementare il mondo dei partigiani. Tutto ciò rientra in un'opera che non può sfuggire ad una critica sincera ed onesta.
     
   
MARIA, LA BADANTE ROMENA ::
   
RACCONTO DI NICOLA COSTANTINO

LE BADANTI SALVANO I NOSTRI ANZIANI DALLA SOLITUDINE.
Arrivano da tutto il mondo e in particolare dall’Europa orientale.
Sono laureate, gentili, hanno una grande pazienza,
ma spesso sono sfruttate

Mery, nata in Romania si è diplomata al liceo classico ed è anche laureata. Gli ultimi cinque anni li ha consumati attraversando l’Italia in lungo e in largo non per turismo ma in cerca di lavoro; e ciò le ha permesso di conoscere il Bel paese meglio di quanto non lo conoscano gli stessi suoi cittadini. Lei ne ha assimilato la lingua, i costumi, gli umori, ne ha ammirato la letteratura e la cultura, ne ha apprezzato le bellezze naturali da Taormina a Trieste, ne ha amato il vasto patrimonio archeologico da Roma a Siracusa e da Agrigento a Paestum, ne ha succhiato l’intelligenza là dove essa maggiormente e più manifestamente si è presentata e cioè nella pittura, nella musica, nella filosofia, nella scienza, nell’architettura, ecc. Si è impadronita persino del dialetto locale nell’ultima città nella quale ha trovato più stabile possibilità di soggiorno, nella graziosa cittadina di Massa, ai piedi delle Apuane. Qui ha potuto parzialmente sfruttare il titolo di studio conseguito alcuni anni fa in Romania, quello di assistente sociale, e ha iniziato la nuova vita presso la famiglia che le ha offerto un guadagno più sicuro ed un tetto meno precario.
Mery è una bella ragazza : alta, raffinata e garbatamente aristocratica nei modi, dallo sguardo diretto e penetrante. Assai religiosa. Di una religiosità nordica che non accetta fronzoli e che respinge tutte le variazioni seducenti e conturbanti del barocchismo e del formalismo. Ella ha della religione un’idea semplice e solenne tutta vissuta nell’interiorità della coscienza e nel rigore della moralità, che trova espressione esterna solamente nel momento della partecipazione alla messa nella piccola Chiesa del Convento dei Cappuccini, nelle prime ore del mattino. Per il resto, fa una vita ritirata, quasi da suora di clausura, per la necessità del suo lavoro che non le permette di abbandonare l’abitazione dei due vecchietti ai quali deve dedicare la sua giornata : un grande invalido di guerra in condizioni estreme e una gran dama della buona società ormai in stato disperato per l’alzheimer. Entrambi hanno superato da tempo gli ottant’anni, ma, com’è giusto che sia, meritano tutti gli onori e le cure che il loro status sociale richiede. Perciò Mery non può lasciarli se non per poco e in ogni caso avvertendone la figlia, che del resto è in grado di controllare su apposito schermo la posizione dei suoi genitori ed eventualmente di intervenire con puntuale energia. Il tutto per pochi euro al mese. Ma la vita della povera emigrante romena non può pretendere una diversa interpretazione in questo mondo di brava gente. A lei nessuno deve nulla, lei invece a tutti deve tutto.
Un giorno, andando a messa alle sei del mattino, Mery ha incontrato e conosciuto Narcis, un giovane connazionale, al quale ha comunicato in un momento di sconforto la dura realtà della sua attuale condizione esistenziale. Non si può immaginare una vita tanto pesante per una giovane così bella e umile.Eppure non è facile uscire dalla rete nella quale è impigliata. Il comunismo di Ceaucescu avrà pure determinato una rigidità sociale ed un controllo spietato delle persone, ma non è pervenuto, né poteva, ad una tale privazione della libertà in una giovane capace di frequentare altri giovani e di coltivare altre amicizie, anche grazie ai modi educati e gentilmente comunicativi. Narcis le offre subito l’aiuto morale di cui Mery ha bisogno, senza poterle offrire anche l’aiuto economico, di cui ella ha assoluta necessità per poter sostenere a sua volta la famiglia in patria.L’amicizia tra i due viene regolarmente coltivata ed incrementata. L’esilio è un luogo della nostra memoria storica, una categoria che sembrava scomparsa nel mondo globalizzato. Eppure non si saprebbe come rappresentare la situazione di Mery se non con una tale categoria che perpetua lo spaesamento e l’alienazione per l’estraneità che determina ed in senso di implorazione che suscita, nonostante l’orgoglio di una forte personalità che ha avuto il coraggio di abbandonare il suo Paese, quello del quale conosceva senza sforzo la lingua, la cultura e la mentalità. Bisognerebbe essere giusti verso di lei e riconoscere la fatica dell’inserimento del nuovo contesto e la difficoltà di una comprensione del diverso che, sia pure in ambito europeo, si pone ugualmente per le distanze che la storia ha creato. Più che la geografia, è stata la storia che ha sparigliato le carte e, adesso che ogni cosa torna alla sua razionalità localistica, le diffidenze delle ataviche diversità e degli egoismi restituiscono ai luoghi particolare la loro traccia indelebile e segnano nuovi insuperabili confini. Per quanto tempo ancora?
Intanto, Mery consuma la sua giovinezza, peggio dei nostri emigranti che trascorrevano la loro giornata nel chiuso delle loro baracche e si relazionavano soltanto con i loro compaesani nel tempo libero dagli impegni di lavoro. Era l’esilio! La Svizzera, la Germania, il Belgio o l’America erano i luoghi della fatica bestiale, del risparmio economico e della segregazione umana. E addirittura del terribile pregiudizio e della ordinaria discriminazione anche per colpa di qualche elemento sciagurato che sconfinava nella criminalità e tradiva i suoi compatrioti e accreditava con il suo comportamento il diffuso rifiuto nei confronti dello “straniero”. Così è ancora per il nuovo “straniero”. Marocchino, tunisino o polacco ; islamico, ortodosso o cattolico : tutti gli emigranti in cerca di lavoro e di patria sono tenuti nella medesima considerazione di bassa macelleria sociale. A loro può attribuirsi l’appellativo più infamante, può affidarsi il compito più faticoso e penoso, può darsi come retribuzione l’elemosina più umiliante. Tutto è consentito al cittadino, nulla è permesso all’immigrato, che se ne va solo per le strade con la sua disperazione anche quando avrebbe con sé un immenso patrimonio di cultura e di saperi spendibili, tali da renderlo potenzialmente un padrone. Come Mery, una civilissima, raffinatissima e coltissima donna che è nata per vivere da signora e che invece deve accontentarsi di sopravvivere da schiava.
Questa è la sorte dolorosa dell’emigrazione, almeno per qualche generazione . Dopo, probabilmente avviene una sorta di ricomposizione e di catarsi. Ai meridionali arrivati a Torino con il Treno del Sole e con la valigia di cartone sulle spalle, cui non si voleva neppure affittare il locale più umido e sgangherato, e lo si scriveva chiaro e forte in quei grossi cartelloni appesi all’esterno delle case che offendevano il senso di umanità e di pudore, succedono oggi i figli ed i nipoti o gli stessi padri e nonni che non ricordano la loro via crucis degli anni Cinquanta-Sessanta e si permettono di inveire contro gli immigrati di nuovo conio. E organizzano magari ronde notturne e partecipano alle iniziative terrificanti contro i nuovi arrivati. Giambattista Vico avrebbe parlato di corsi e ricorsi e pensato che la storia tende a ripetersi in modo sempre più doloroso e crudele.
L’ho incontrata nel Palazzo delle Poste Centrali a Massa. Stava facendo delle operazioni per conto dei suoi padroni. Era davvero un Angelo. Educata e raffinata, Mery attirava l’attenzione dei presenti che con lei facevano la fila. Si è fermata qualche momento in più davanti allo sportello per chiedere al serioso operatore se le convenisse usare il vaglia per inviare ai suoi familiari in Romania una certa somma da far pervenire loro prima di Natale. Era accanto a me. Il suo candore mi coinvolse e mi sedusse. Non posso dimenticare la sua nobile figura nel luogo più prosaico della città. Compiute le operazioni mi sfiorò nel passaggio e mi rivolse un garbato sorriso. La rividi di lì a poco lungo la strada, e la mia età insospettabile mi consentì di avvicinarla e cogliere da vicino la squisitezza indescrivibile di quella candida e adorabile creatura, che il mistero dell’emigrazione aveva condotto inesorabilmente dalle mie parti.
L’ho rivista nella Cattedrale durante un concerto di musica sacra in onore di San Francesco. Ho atteso la fine dello spettacolo per salutarla e chiederle un giudizio sull’organizzazione dell’evento e sugli effetti estetico-religiosi della serata. Mi rispose con il solito sorriso e mi confidò che alla struggente bellezza dei canti in ricordo del Santo di Assisi non corrispondeva, secondo lei, un adeguato sentire religioso e popolare, poiché il francescanesimo italico era ridotto ad una semplice facciata. Eppure non sarebbe possibile, né auspicabile, nascondere la potenza artistica e religiosa dell’Ordine francescano, né trascurare il valore ascetico e mistico dei Santuari dedicati all’Uomo più famoso d’Italia, nei quali lei era stata come visitatrice e corrispondente per conto di alcune riviste romene. Dall’Umbria al Lazio ed alla Toscana, lei aveva frequentato i luoghi in cui più profonde sono le tracce del Santo e più monumentali le creazioni artistiche prodotte in suo nome. Le tante vie del movimento dei frati minori non si erano però facilmente ed efficacemente ricomposte nella moderna Dichiarazione dei diritti dell’uomo e nell’unità del genere umano, se rimanevano forti intolleranze e discriminazioni sociali. Piccola-grande creatura, come vorrei vederti felice in questo mondo di lacrime ! Tu meriti davvero la cittadinanza universale, fosse solo per il tuo amore che sai trasmettere alle persone sofferenti. L’ italiano poi è il tuo pane quotidiano, di cui non puoi fare a meno anche per la sua dolcezza affine alla tua.

   
       


       
   
LA SERA FRA LE ROVINE ::
   

Fu durante la seconda guerra mondiale che Nico ebbe la visione che cambiò il suo destino. Figlio di un modesto artigiano. Nico aveva fatto a Roma l’impiegato statale.Quando i profughi cominciarono ad affluire in città fu atterrito dalle loro misere condizioni e lasciò il lavoro per offrirsi come inserviente volontario d’ospedale. Una sera, mentre se ne stava alla finestra a prendere una boccata d’aria, sentì un lamento venire dall’oscurità. Si affrettò a scendere in strada e trovò un vecchio cencioso che, borbottando, diceva di essere venuto a piede da Eboli dove tutta la sua famiglia era perita in un bombardamento aereo. Nico sollevò il vecchio, se, lo caricò sulle spalle e lo portò all’ospedale.
Durante il tragitto, a Nico, brillò un improvviso splendore e una giovane donna vestita di bianco gli mosse incontro quasi che non toccasse il suolo, incitandolo a non spaventarsi se era stato scelto per aiutare coloro che non hanno amici, i senza famiglia, i senzatetto, i profughi. A quest’opera, gli disse la giovane donna, egli doveva dedicare la sua vita.Tutte le sere Nico usciva nel profondo silenzio di Roma sotto l’oscuramento portando pacchi e involti contenenti abiti, pane, formaggio, prosciutto, calze, coperte per degli esseri umani dei quali nessun altro si curava. Da allora Nico cerca di trovare lavoro per questi derelitti, di farli ammettere negli ospedali, nelle famiglie, negli asili, rimandandone qualcuno ai loro lontani paesi ; convincendo le autorità che la mancanza di una residenza legale o perfino di un tetto, non cancella un uomo dai ruoli dell’umanità.
Nico non appartiene a nessun ordine religioso. La sua è una missione del tutto personale. Certi dei suoi protetti hanno delle piccole pensioni: appena sufficienti per vivere, ma non abbastanza per avere un tetto. Così si trovano liberi di alloggiare fra le rovine dell’antico splendore di Roma. Certi sono vecchi, solitari per gusto ed abitudine. La maggioranza non può avere lavoro regolare o assistenza perché non possiede “carte”. Nel nostro moderno mondo burocratico anche la miseria deve avere il proprio passaporto.
Prima dell’alba i senzatetto sono in piede e si sparpagliano per la città, a prendere il sole, a far tanti piccoli servigi, a lavarsi i cenci nel fiume e raccogliere mozziconi di sigarette.
Più tardi ancora comincia il giro di Nico. Dapprima l’intero peso lo portava lui, letteralmente sulle spalle e a piedi.
E poi l’antica tradizione del Maestro e dei Discepoli si formò intorno a lui. Quattro amici gli si unirono nelle missioni notturne: un principe romano, un giovane studente, un commerciante siciliano, un ammiraglio in pensione. Portando i propri pacchi e fagotti lo seguirono incespicando nella notte, vedendo angoli della capitale dei quali non avevano mai saputo l’esistenza ed esseri umani che sembravano vivere in un limbo fra questo mondo e quello futuro.
Quello che impressiona di più i compagni di Nico è lo spirito profondamente religioso e semplice dei primi Cristiani con il quale compie la sua opera. Nico non dona per un senso di dovere.Quando dà soltanto un etto di formaggio o un paio di calze è come se dicesse: “Vi ringrazio con tutto il cuore per la gioia che questo mi arreca”. E spesso, come segno e sigillo del fraterno scambio, si china e bacia l’amico bisognoso.
In una notte indimenticabile Nico mi permise d’accompagnarlo. Ci incontrammo dopo mezzanotte, quando Roma era deserta come un museo chiuso.Il primo ad arrivare fu un grande ufficiale della marina, in bicicletta. Poi giunse Nico, scuro, sottile, schivo, con il cappello calcato sugli occhi profondi e inquieti ; un sorriso improvviso, che si estingueva istantaneamente; un profilo affilato dal vento della notte; il viso vigile e ascetico dell’uomo ispirato e pieno di fervore.
Ci caricammo di borse di tela e di pacchi. Mentre ci incamminavamo Nico si fece il segno della croce, con rapidità e decisione, come un cavaliere trae la spada dal fodero prima della battaglia.
Ci fermammo dapprima vicino ad un’antica arcata sbiancata dal tempo. Giù in basso, su un fianco, c’era un foro nero alto una trentina di centimetri e largo sessanta. Nico scrutò quella specie di pozzo orizzontale con la sua lampadina tascabile.
“Nonno!” chiamò.”Nonno!” Infine, in fondo al buco qualcosa si agitò. Nico allungò un pacco nell’oscurità. Una mano l’afferrò e noi sentimmo il fruscio della carta e un brontolio asmatico e che poco aveva d’umano.”Buona notte, nonno” disse Nico.
Mentre ci allontanavamo Nico ce ne raccontò la storia: “Ha settantasei anni. vive in quella buca da almeno un anno. All’alba esce fuori, prima con i piedi, perché il buco è troppo stretto per potersi girare, e si cuoce un pasto in un barattolo sopra un fuochetto. Potrei farlo entrare in un istituto, ma preferisce la libertà. E’ stato trenta anni in prigione”.
Nei marmorei sotterranei di granito dell’immensa stazione ferroviaria di Roma trovammo due uomini che giacevano rannicchiati nei loro logori cappotti. Mentre Nico metteva nelle loro tasche buste contenenti del denaro, uno di loro, ancora addormentato, alzò tutte due le braccia nell’automatico gesto di uno che è stato spesso perquisito dalla polizia.
Sotto gli stupendi archi della chiesa dell’Ara Coeli, a destra del Campidoglio, ci imbattemmo in una forma umana tutta distesa come una mummia sul selciato.Era avvolta dalla testa ai piedi in una carta bianca oleata come quella dei fiorai. Quando Nico sollevò un lembo della carta sotto la coperta, la mummia si agitò e sollevò una faccia triste e intelligente, con un sorriso assonnato.
Nico fece poche domande, lasciò qualcosa da mangiare e rincalzò la carta intorno alla mummia. Era un uomo istruito che non poteva lavorare perché tubercolotico. Nico sperava presto di farlo entrare in un sanatorio.
Nell’ultima arcata del Colosseo che visitammo, Nico rimase indietro e mandò avanti l’ammiraglio che barcollava su per i macigni con lampadina e pacco. “Non voglio mettere in imbarazzo quell’uomo andandoci io. Poiché Tommaso mi odia. Seguita a dire che sono ricchissimo e che aiuto gli altri soltanto perché così Dio mi perdonerà la mia ricchezza peccaminosa”.
Verso l’alba, quando i sacchi furono vuoti e il cibo, gli abiti e le lire erano stati tutti distribuiti, Nico tornò a casa. Dopo poche ore di sonno si sarebbe dovuto alzare e rimettere all’opera: intercedere presso la polizia a favore di Antonio, trovare lavoro a Giuseppe,portare Paolo all’ospedale; prendere accordi con il prete per il matrimonio di due senzatetto che, insieme, vivevano di speranze in una grotta nascosta dal fogliame tra i ruderi di uno dei Sette Colli. E poi quest’uomo generoso, altruistico, avrebbe ripreso a raccogliere abiti e avvolgere pacchi, a riempire sacchi per la prossima missione della sera fra le rovine.
   
       

       
   
SICILIA TERRA INDIMENTICABILE ::
   

Per concludere le mie vacanze estive, nella prima settimana di settembre mi sono recato in Sicilia, desideroso come ero da anni di approdare nell’isola; giunto a Ravanusa, in provincia di Agrigento, ho cercato subito di vivere l’atmosfera del luogo attimo per attimo.
Le mete di quei pochi giorni di permanenza sono state essenzialmente tre : la campagna agrigentina, il mare e la Valle dei Templi.
Cominciando dalla campagna, c’è subito da osservare quanto essa sia incontaminata a livello naturale : immense distese, talvolta brulle, per la scarsità di acqua piovana, rare case qua e là ed un verde tendente al giallo. Ciò che mi ha notevolmente colpito è stato il silenzio di questa campagna, interrotto soltanto dallo “ sbuffettio” del treno sul quale mi trovavo.
Del mare siciliano si è già detto e scritto abbastanza, ma non è mai esaurientemente convincente ciò che si legge rispetto al paesaggio che si può ammirare andandoci di persona.
La “mia” spiaggia era Licata, sul versante mediterraneo dell’isola: un dipinto, un poster, qualcosa di difficilmente spiegabile, una distesa immensa di azzurro dell’acqua e del cielo che si fondono insieme, fondali marini visibili ad occhio nudo grazie ad una limpidezza del mare stupefacente.
Voltando lo sguardo, qua e là scoglietti e rocce su cui arrampicarsi per poter godere di uno spettacolo indicibile. Sulla spiaggia qualche discreto bagnante( altro che certe ben note spiagge più al nord dell’Italia , veri e propri carnai !).
Terza meta : la Valle dei Templi ad Agrigento; poche volte in vita mia ho provato una simile emozione, osservare queste ciclopiche opere umane risalenti a cinque secoli prima di Cristo, talune erose dal tempo, ma tutte conservanti il medesimo significato per cui sono state costruite. Di fronte al Tempio della Concordia, a quello di Giunone, a quello dei Di oscuri, ho compreso quanto sia piccolo l’uomo dinanzi alla maestosità di certe opere e capire che questi templi erano rivolti a delle divinità, non può non portarci a soffermarci sul significato del culto religioso in ogni sua forma ed in ogni tempo:Conservo, perciò di quella giornata un ricordo umanamente e spiritualmente parlando,indelebile.
Ma difficilmente dimenticherò un altro aspetto di questa Madre terra: l’abbaiare notturno dei cani sparsi nella campagna, nel silenzio della notte, ho ascoltato veri e propri “discorsi” di animali lontani, che diffondevano nell’aria un loro messaggio, tenendomi sveglio, ma allo stesso tempo donandomi una calma interiore. Trascorsi”i giorni felici”, è giunto il momento della partenza : non è stato facile trattenere una certa emozione a lasciare questa meravigliosa terra, soprattutto, quando, di notte, mi sono staccato dall’isola col traghetto che mi portava in Calabria : Messina diventava sempre più piccola ed un vero distacco fisico ho provato in quei momenti.
Ricordando le parole del Goethe :” Non godremo più per tutta la vita
un così magnifico quadro di primavera come quello che si è offerto ai nostri sguardi”.


   
       

 

       
   
L'AGGUATO MORTALE :: HOMO HOMINI LUPUS ::
   

Quando Cristo tacque, per la dissoluzione della sua figura e del suo nome ad opera degli uomini che non amarono la bellezza del sole, allora, la solitudine amara e desolata si stese sulla terra. Solo rimasero i traditori e i vili ad affollare le città.
I traditori e i vili rimangono sempre e si nascondono tra le folle. Non c'era più nulla da spartire: forse la luce, e la luce non si può spartire perché impalpabile e sovrasta i traditori e i vili.
Essa proviene dalle profondità stellari, dove palpita e infiamma le gelide culle degli astri.
Così la luce illuminò le rovine, dove la bellezza ravvolta nell'ombra del Dio si estenuava in un lungo, sdegnoso gemito. Ma tutto rimane come prima che l'uomo- Dio si fosse incarnato. Solo Iddio, dal suo occhio smisurato, guardava attraverso il triangolo delle nubi le distese come un immenso sudario e gli orli che sfumavano in un colore viola. Tutto era come prima. Al di sopra del grande pino ombroso,l'avvoltoio chiese al lupo perché l'Uomo- Dio avesse peregrinato inutilmente sul pianeta terra e il lupo si ritrasse con un lungo grido : non lo sapeva. Nessuno sapeva perché esistesse il tradimento e la viltà, solo dalla cima della montagna di neve rispose la voce dell'aquila che non convinse né gli altri animali né le larve di uomini rimasti.
Le larve di uomini rimasti conoscevano gli orrori della guerra e si aggiravano sperduti tra le rovine.Ognuna di esse si specchiava nella larva compagna e la carezzava come per convincersi che la luce non racchiudeva ombra , ma reliquie di carne e di ossa.Ognuna di esse non conosceva se non l'amarezza del ricordo, l'infinita tristezza della bellezza finita nel sangue. Erano passati 10 giorni dalla fine della guerra e il confine conteso era ancora al suo posto. Dall'una e dall'altra parte, aleggiava la morte e la fine di tutte le cose,ma il confine era ancora al suo posto: una collina fiorita, serafica sotto la luce del sole. Le ginestre profumavano l'aria, sicché per molte miglia intorno, quel tripudio di odori e di fiori, carezzati dal vento, pareva che travolgesse tutto, in un sentimento mortale che fu raccolto dal terzo uomo.
Pareva che tutto l'incantesimo della pace fosse racchiuso su quella collina color di perla e ambra rosata.Era il confine tra due terre: al di qua e al di là non esisteva la vita.Gli stracci dei vessilli si agitavano al vento, ma non c'era nessuno che potesse riferire gli episodi di eroismo.Che cos'è l'eroismo, quando si muore? Che cos'è il ricordo, se non un trapassare di istanti di bellezza e di dolore nel tempo e nello spazio? Chi esisteva? Chi avrebbe raccolto sulla spiaggia deserta, sulle pianure deserte, la voce dei morti?
Si disse che il confine era importante. Non si seppe chi sparò per primo ma al primo uomo non importava nulla delle pietre e delle ginestre,del colore di ambra e di perla , né dello svolio degli uccelli: il confine era un frammento di pietra e nulla più! Né al secondo uomo importava nulla della collina: era un lembo di terra, nulla più. Importò al terzo uomo.
Il primo uomo era una creatura contemplativa che giocava con le ombre della vita e intingeva le dita nell'alba, disegnando immagini estasiate, nel cielo tutto inebriato dalle dolci carezze delle vibrazioni cromatiche e fiorivano i ricordi del tempo felice.Quando lo lanciarono contro il secondo uomo per un pezzo di terra, rise e rabbrividì insieme.Allorché incontrò il secondo uomo, non poté fare a meno di provare pietà per se stesso e per l'altro e si abbracciarono insieme;e vollero assaporare i fiori della collina e si accorsero che avevano lo stesso sapore degli altri fiori, ma non lo dissero . Il terzo uomo lanciò l'attacco mortale.
Lo stesso aroma amaro, la stessa tristezza delle cose che sanno di disfacimento.La dissoluzione era nell'aria prima della fine ed errava come ombra sinistra, offuscando la luce.Gli steli sanguinarono per colpa del confine, dal quale apparve un vasto cimitero .E la terra tutta divenne un cimitero.
E dalla cima Un rosario di litanie inespresse e morte che prima di essere pronunciato faceva udire il ronzio dei calabroni e dei vermi.Solo i calabroni e i vermi erano gli abitatori della collina fiorita. Prima era un confine odoroso, una gemma sperduta, nella pace dei campi, sotto l'impetuosa fiamma del sole e, sino a perdita d'occhio, il grano stava sull'aia: rapimenti e abbracci nella calura e nell'ombrosa quiete dei faggi; prima che gli uomini si accorgessero che esisteva un confine di pietre e di fiori, tutto era felicità.Ebbero appena il tempo di scambiarsi un cenno di saluto che tutto finì e le tenebre presero il posto della luce. Il terzo uomo ne fu il responsabile.
Le larve degli uomini si aggirarono smarriti sui campi e alcune cercarono di riconoscere gli antichi volti e questi erano senza bellezza, non sapevano più parlare. Dovunque, ogni domanda rimaneva senza risposta. L'immensa strage era ai piedi di quel miserabile confine che pareva ancora più piccino e trascolorava nella luce della sera.Le ginestre racchiudevano ancora l'amore di Dio e la sua luce trapassava gli steli, dalla cima del colle al piano, ma l'odio divampò dovunque.
Adesso tutto era come prima, una voce appena sospirata, una parola non detta, un turbamento appena nell'aria e un vago sentimento di essere.Tutto era come prima, come se Cristo non fosse mai esistito e l'assassino non avesse riaperto la caccia. Perché? Nessuno rispondeva , nessuno poteva rispondere.Quando calò la notte e le ombre dei morti si allinearono per la grande parata notturna, sfilarono le ombre degli antichi cavalieri e il pianto gocciolò sulle pietre e i fiori. Gli uomini, le larve degli uomini, raccolsero, nelle coppe delle mani, le loro lacrime e si dissetarono con il loro sangue.
   
       

 

       
   
UN GELATO GALEOTTO
   

Incontrai Nabila - viso dolcissimo corpo snello ma tornito, capelli raccolti in un morbido nodo - in una profumeria. Uscendo un desiderio morboso mi spinse a chiederle, " posso offrirle qualcosa ? " "Non è il caso…" rispose. " Insisto ! ".
" E va bene ! ". Entrammo in un bar, lei chiese del gelato, una coppa oro al caffè con meringhe Sammontana e anch'io la presi. Conversammo; infelicemente sposata, lei viveva a Milano. Non avevo mai incontrato donna più incantevole. E mentre la osservavo, andavo sempre più abbinando la bontà del gelato alla piacevolezza delle sue parole.
Non osai chiedere di rivederla, ma quando se ne andò la seguii… e la vidi ancora.
Storia d'amore strana, intensa, insolita- un sentimento tenace che non potrà mai essere contaminato. Finì romanticamente sul lago di Como : lei nella luce del tramonto era bellissima, distesa e solenne come un manto d'ombra sul prato. E per la prima volta le mie labbra si unirono alle sue. Un bacio struggente di totale abbandono.
E nel crepuscolo a suggellare il nostro addio, ripensai al gelato galeotto che con la sua dolcezza aveva unito i nostri cuori.
   
       


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