:: POESIE ::


         
     
ALBE NASCENTI
 

 

 

 


Era vano parlare della pace mietuta,
la storia ripeteva il nome degli zotici;
i fanciulli di un tempo sono diventati uomini,
ciò che fu loro promesso non è venuto ancora.
Per le spalle ammaccate è pesante la Croce
ed è letto d’argilla ai dispersi dal vento,
i dormienti rinascono dalla cenere ,
ma nessuno fra i vivi li riconosce più.
Quelli che troppo piansero la presenza ritrovano,
il pometo, la vigna, l’odore di primavera;
i figli dell’oblio dall’assenza rientrano
come la spiga nasce da un solo chicco di grano.
Toccato ho l’aldilà come chi nuota la riva
dove l’onda mi ha preso e portato fin qua:
quelli che non conobbero l’angosciosa vertigine
non avranno sentito voci di mezzanotte.
I fanciulli di sempre: nostre albe nascenti,
e se talvolta piangono per essere qua tornati
è perché quel migrare di uccelli sui pendii
dalle vie del perduto paradiso si stacca,
possiedono il passato, ma sono dell’avvenire;
il serrame del Cielo è in attesa per loro
e l’Angelo dallo spiraglio già li guarda venire.


 





 

 
 
       


















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