:: LA SCOMPARSA DI MARIO LUZI ::



         
     
MARIO LUZI
 

L'ULTIMA LEZIONE
DI MARIO LUZI

 


E' SCOMPARSO IL PIU' GRANDE POETA DEL NOSTRO TEMPO
IL PROFONDO FIUME DELLE SUE PAROLE


Come un lungo e ampio fiume scorre la poesia di Mario Luzi tra gli argini del Novecento dagli anni trenta, a oggi. Nato a Firenze il 20 ottobre 1914 Mario Luzi compie gli studi liceali e universitari nella stessa cittą, si laurea in lettere e collabora a Frontespizio ed a Campo di Marte, le due riviste che animano la seconda grande stagione della vita culturale del '900 italiano.
I libri più antichi di Luzi sono La barca (Milano,1935) e Avvendo notturno (Firenze, 1938), che testimoniano la ricerca scrupolosa della forma poetica e dell'essenzialità contenutistica. Le altre opere si aprono più compiutamente all'accoglimento di una verità tutta protesa a ritrovare le radici dell'essere, in una liricità "metafisica che caratterizza la parte migliore del Novecento italiano: Primizie del deserto(Milano,1952), Onore del vero (Venezia, 1957), Il giusto della vita (Milano, 1960), Nel Magma (Milano,1964).
Luzi è stato anche finissimo critico e saggista ed in questo impegno fornisce la prova della sua profonda sensibilità e tensione intellettuale con lo Studio su Mallarmè, (Firenze,1951), L'idea simbolista (Milano,1959) e Tutto in questione (Firenze,1965).Notevoli le sue traduzioni di autori stranieri e le introduzioni a Rimbaud-Opere Complete (Torino, 1992), alle Lettere di San Paolo (Torino, 1990) ed a Baudelaire ed altri in La cordigliera delle Ande (Torino,1983).
Nel gennaio 1997 Luzi ottiene dalla Francia il prestigioso e meritato riconoscimento della Legion d'Onore per l'attività complessiva di saggista, poeta e storico della letteratura francese svolta nel corso del 1996.
Luzi era un poeta- filosofo, il testimone fedele di una poeticità non erratica e abbandonata a se stessa ma consapevole dei segni, dei significati e dei suoni, e soprattutto della vicenda storico- metafisica dell'uomo moderno impegnato nella fitta trama di immanenza-trascendenza. In questo senso egli ha rappresentato in modo singolare una dialetticità di tempo-eternità, che è divenuto il luogo privilegiato della sua poesia e il simbolo della perenne vitalità del suo messaggio poetico.
L'itinerario artistico di Luzi è stato lungo e vario, ma l'essenza di questo itinerario, come il viaggio terrestre e celeste di Simone Martini, consiste nella perfetta fusione del flusso continuo delle emozioni esistenziali con la rivelazione illuminante dell'eterno.
La forma poetica luziana sta proprio nell'intreccio tra rappresentazione del tempo storico e irruzione rievocativa dell'eternità, che solo un poeta-filosofo poteva immaginare e realizzare.


Qualche giorno prima della scomparsa, Costantino gli aveva fatto pervenire una sua lirica dal titolo emblematico "La vita", che Luzi ha giudicato eccezionale per la forma e la problematica esistenziale e metafisica.
La riproponiamo:

LA VITA

Si è consumato il mio tempo
nella fuga dei giorni
e lei rideva, giocava
trattando la corolla dell'esistere
come un giro di danza.
E poi il diluvio
ha sfrondato
i ricordi e mutato il presente.
E lei, piccola compagna,
è sparita,
molecola infinitesimale, ventaglio d'illusioni,
embrione di sogno,
bruciata nel lampo della morte
lungo l'eclisse spaziale.


All'umile poeta "Mario Luzi" lo ricorderemo ancora con nostalgia come l'ultimo grande poeta civile del nostro tempo.

     
       


         
     
Nota di Mario Luzi alla poesia "La vita"
   
Dal concreto preciso spunto mnemonico scaturisce il cosciente e veloce passare dei giorni, fa rivivere i ricordi di una donna che non ha saputo cogliere se non la superficialità dell'esistere.
"Il diluvio" in questo passo mi sembra metaforico e può rappresentare la purificazione dell'anima dai ricordi e la coscienza del presente certamente diverso dopo la sua scomparsa. Poi l'amaro della morte non corporea, ma estemporanea e la sua disgregazione in effimera illusione.
 
 
       











         
     
L'ULTIMA LEZIONE DI MARIO LUZI
   


La morte ha evitato a Luzi "l'apogèo e l'inizio del declino" e gli estremi insulti che il tempo distribuisce, irriguardoso e feroce, alla fisicità di ogni essere.
La vera intollerabilità della morte è data non dalla morte stessa con quanto porta, o non porta, con sé, ma è rappresentata dal fatto che ormai non si potrà più fantasticare con quello che deve ancora avvenire; anche se si pensa, nel suo caso, immediatamente, a quale imponderabile cosa sia la poesia, e con quali imponderabili mezzi si arrivi all'immortalità.
Ruskin diceva che il poeta è " una sorta di scriba che scrive sotto la dettatura della natura una parte più o meno importante del suo segreto". E' anche per questo che un grande poeta non deve chiedersi dove possa mai risiedere la propria immagine forte (chi se lo chiede, solitamente ne è sprovvisto) perché la risposta è implicita, ciò che lo rappresenta è la sua opera, sono i suoi versi, che poi specularmente rimandano l'immagine della sua vita, in un misterioso gioco di specchi che si ripete all'infinito.
Da giovane, uno ha fretta, teme di non vivere a sufficienza, di non approfittare abbastanza di esperienze svariate e ricche; uno si spazientisce e accelera gli eventi, se ne carica, ne fa incetta, provvista: è l'urgenza dei giovani che cercano di assommare cicatrici e forgiarsi un passato.Questa urgenza è davvero strana, nessuno dovrebbe avere questa paura; i vecchi dovrebbero insegnarlo ai giovani, benché, mai come oggi, nessuno li stia più a sentire.
Perché, alla fine di ogni vita, più o meno lunga, per monotona che sia stata e priva di eventi e di scossoni, si avranno sempre troppi, ricordi e contraddizioni, troppe rinunce e omissioni e mutamenti, troppe marce indietro, troppi ammainare di bandiere e troppe ferite, questo è sicuro. E non è facile mettere in ordine tutto questo, neppure per raccontarlo a se stessi, c'è troppo materiale affastellato e la vita non è raccontabile.

Forse, e per l'assurdo, solo un poeta può tentarlo, come Mario Luzi,
con i versi finali di

"Periodo" - [da "Avvento notturno"]

"Vuoterai d'ogni vita le tue palme
ma l'esterno addurranno irrigidite
le chimere che inalano la sera
sopra i tetti sublimi interrogando
"

     
       









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