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Un intenso saggio dello storico della filosofia Salvatore Ragonesi su “Guido De Ruggiero e l’ineludibile ricerca della Trascendenza”.


Ripropongo uno scritto esemplare per misura, linguaggio e profondità dello storico della filosofia Salvatore Ragonesi su Guido De Ruggiero e l’ineludibile ricerca della Trascendenza. Il saggio è già stato pubblicato in altro spazio, ma io mi permetto di ripresentarlo per la sua forte penetrazione teoretica e per il grande piacere estetico ed intellettuale che suscita in chi lo legge. Il prof. Ragonesi conosce perfettamente tutto su De Ruggiero e ne coglie le istanze spirituali più profonde con straordinaria competenza e immensa capacità di scrittura. Egli dimostra inoltre di possedere una vastissima cultura storico-filosofica ed un sapere assai robusto intorno alle relazioni del filosofo napoletano con il neoidealismo italiano di Benedetto Croce e Giovanni Gentile e con tutto il percorso sia dell’idealismo europeo che del pensiero filosofico occidentale. De Ruggiero viene così ricollocato dal Ragonesi in una luce positiva e tutta speciale, e riacquista giustamente una nuova vitalità e attualità nella storia della filosofia, anche come primo, vero e grande storico italiano del pensiero filosofico, ignorato purtroppo dai vari compilatori delle diverse storie della filosofia, da Ludovico Geymonat ad Abbagnano e Fornero, a Reale e Antiseri. Oggi finalmente avviene la rivalutazione di un pensatore che mantiene una sua legittima validità ed un grandissimo spessore teoretico e storiografico. Dalla lettura dello scritto del prof. Ragonesi molti uomini di cultura possono apprezzare e apprendere moltissimo.

“Guido De Ruggiero e l’ineludibile ricerca della Trascendenza” (di Salvatore Ragonesi )


“Stupisce che il nome di Guido De Ruggiero (Napoli 1888-Roma 1948) non sia apparso nelle grandi storie della filosofia che si sono compilate in Italia negli ultimi cinquant’anni, da quella della Garzanti a cura di Ludovico Geymonat a quella della UTET a cura di Nicola Abbagnano e Giovanni Fornero ed a quella della Bompiani a cura di Giovanni Reale e Dario Antiseri.Sorprende soprattutto che il primo realizzatore italiano di una grande storia della filosofia in tredici volumi editi da Laterza dal 1918 al 1948 non venga nemmeno menzionato dai suoi giovani colleghi per la sua enorme fatica storiografica, tutta condotta in prima persona e con grandissimo dispendio di energie intellettuali e fisiche che probabilmente ne hanno provocato la morte prematura. Egli non ha,insomma, una adeguata collocazione storiografica e nessuno vuole assumersi la responsabilità di parlarne in modo criticamente convincente. Io lo faccio con molto pudore, dopo aver meditato a lungo sui motivi di tanta disattenzione ed essermi convinto che in effetti la sua posizione culturale tende all’isolamento per il suo allontanamento prima da Giovanni Gentile in virtù di un dissenso politico e poi da Benedetto Croce con motivazioni teoretiche, e dai loro rispettivi amici e allievi. Una posizione intellettualmente e politicamente isolata, dunque, che non intende creare alleanze e cedere ai più opportuni legami ideologici, d’amicizia,di colleganza o di corporazione. De Ruggiero è e rimane uno spirito orgoglioso, indipendente e libero prima davanti al fascismo e poi nel regime democratico, e persino di fronte ai suoi stessi compagni di lotta nel corso della lunga opposizione al fascismo e della breve resistenza al nazifascismo all’interno del nascente partito d’azione e come ministro della Pubblica Istruzione nel governo Bonomi dal giugno al dicembre 1944, dalla cui partecipazione però non riceve moltissime gratificazioni: “Data la difficoltà della situazione e la brevità della sua permanenza al ministero, i risultati conseguiti furono però tutto sommato modesti e ancor minori furono le soddisfazioni derivanti dal suo lavoro;sicché, sopravvenuta ai primi di dicembre dello stesso anno la crisi del governo, il De Ruggiero fu ben lieto che la non partecipazione degli azionisti al successivo lo liberasse dagli impegni governativi e gli permettesse per un verso di cominciare a tornare ai suoi studi e per un altro verso di dedicarsi ad altre forme di impegno più congeniali al suo modo di intendere la politica” (Renzo De Felice, De Ruggiero Guido, Dizionario Biografico degli Italiani, vol.39, Treccani1991).

La scarsa fortuna storiografica di Guido De Ruggiero è dovuta soprattutto all’aspro giudizio di Croce nella lunga lettera di contestazione pubblicata da “La Nuova Europa” nel febbraio 1945 e, dopo la sua morte, il rifiuto di parlarne per “scarsa consistenza filosofica”. Bisogna aggiungere però che anche i giudizi del De Ruggiero nei confronti di Croce sono sprezzanti e quasi mai puntuali e determinati. Questi giudizi non tengono conto, per la verità, del lungo percorso compiuto dallo storicismo crociano, che invece viene assimilato senz’altro a tutto lo storicismo, compreso quello tedesco responsabile di giustificazionismo storiografico e di realismo politico, e senza una adeguata periodizzazione,anche se spesso con il riconoscimento dei meriti politici del filosofo napoletano durante il ventennio fascista: “Alle osservazioni contenute nei capitoli precedenti il Croce ha cortesemente risposto sul giornale stesso che le aveva pubblicato (La Nuova Europa), riconfermando il suo storicismo. Sento perciò il bisogno di chiarire e precisare, con questa breve replica, il mio punto di vista. Io avevo notato che la visione storicistica è troppo retrospettiva: essa conclude una fase della realtà storica,ma non ne apre una nuova; perciò essa sacrifica alla storia fatta la storia ancora da fare […]. Questa risposta non mi appaga, perché mi pare che non superi l’istanza critica che avevo proposta […]. Ma chi è che può giudicare la storia passata in questo suo contrasto di ombre e di luci, di soluzioni realizzate e di problemi aperti, di razionalità e d’irrazionalità? Solo lo spirito che in sé trascende la storia, che nella sua infinità sente l’inadeguatezza di tutte le sue esplicazioni finite, che alla sua potenza mai compiutamente espressa attinge la capacità di esplicazioni nuove” (G. De Ruggiero, Replica, in Il ritorno alla ragione, Laterza, Bari 1946, pp. 37-39). Chi cerchi di ricostruire e di comprendere la natura dello storicismo di Benedetto Croce non può disinteressarsi dell’ultima fase della sua elaborazione speculativa e deve tener conto dei suoi esiti estremi, dei suoi avanzamenti e delle sue revisioni fino alla morte avvenuta nel 1952. Lo nota per primo Carlo Antoni nel Commento a Croce del 1955 e nella Restaurazione del diritto di natura del 1959. In particolare, in quest’opera lo studioso triestino distingue lo storicismo di Croce da quello tedesco di Meinecke che tutto giustifica e tutto travolge e che trova in Hegel il suo massimo profeta e teologo, e difende Croce dall’accusa deruggieriana di ridurre la storiografia ad un volgare strumento giustificatorio e la coscienza morale a qualcosa d’istintivo deprivato di sostanziale razionalità, e ritiene che il De Ruggiero vede nello storicismo crociano solo il condizionamento dell’azione anziché la consapevolezza della necessità di superamento dei limiti e delle gravi contraddizioni storiche. In realtà, la concezione crociana presenta in ultima istanza l’intelligenza della storia come un impegno tormentoso e pieno di responsabilità, nel tragico corso delle cose umane. E poi il Croce teorizza che tutta la storia è attraversata dalla lotta tra Chiesa e Impero, cioè di etica e politica, dove l’etica è la forza ideale che alimenta e sorregge gli istituti sociali, politici e giuridici, e che incessantemente li sovverte, li travolge e li rinnova. Essa è sempre un dover essere, che non è mai soddisfatto o indifferente dinanzi alla realtà.

Antoni difende il Croce dagli attacchi velenosi del De Ruggiero, ma egli è anche l’unico studioso che apprezza lo sforzo ricostruttivo che costui fa del pensiero e dell’opera di Hegel nell’ultimo volume della sua grande Storia della filosofia, dato alle stampe nel 1948 (poco prima di morire improvvisamente a seguito di attacco cardiaco), nel quale la critica rivolta al filosofo di Stoccarda muove dalla stessa profonda esigenza metafisica che ispira la critica allo storicismo crociano: “Ma il paradiso filosofico hegeliano, essendo terrestre e non celeste, è come un terso cristallo, dal quale traspare tutto il movimento delle cose che si compie all’aria libera[…]. Anche questa è indubbiamente un’attività, anzi un’alta e degna attività; ma ne tarpa le ali appunto quel compito retrospettivo che Hegel le affida e che la fa assomigliare al lavoro autobiografico a cui si dedicano di solito gli uomini d’azione dopo che hanno concluso la loro esistenza attiva. Non è questa per noi la funzione della storia della filosofia o della storia in genere […] Ma nella concezione di Hegel la storia della filosofia non è in funzione del nuovo filosofare, al modo stesso che la storia in genere non è in funzione della nuova vita, esse chiudono e non aprono l’orizzonte umano” (G. De Ruggiero, Hegel, Laterza, Bari 1958, p.274). L’insoddisfazione del De Ruggiero per l’assenza in Croce di ogni slancio ideale e per l’assorbente “contemplazione” della razionalià del già realizzato, che dà luogo, per esempio, alla stesura di una Storia d’Italia dal 1871 al 1915 in cui il protagonista, Giolitti, viene esaltato come il rappresentante concreto del liberalismo e il sistematore di tutti i tasselli della realtà socio- politica italiana, senza mostrarne il dato irrisolto, cioè quelle contraddizioni che avrebbero determinato l’irresistibile ascesa del fascismo, è difficile da digerire per il più illustre maestro napoletano, anche se in effetti questa è un’interpretazione comune e abbastanza consolidata. Rimane certo il capolavoro di una storia etico-politica perfetta sotto il profilo formale, e la grande nostalgia di un’epoca d’oro nella vita nazionale, prima della barbarie fascista; ma l’accusa deruggieriana è esatta almeno per quanto riguarda questa Storia d’Italia, non per la generale visione storiografica crociana che contempla altre opere di ben altra consistenza e tessitura critica,a cominciare da La storia come pensiero e come azione del 1938. E tuttavia il De Ruggiero avverte un “senso di arresto” nella storiografia crociana e si sofferma sulla Storia d’Italia che considera “un libro sotto molti aspetti mirabile, che ci fa assistere al dramma della formazione del nuovo stato italiano”, ma che ad un certo punto conclude il dramma “per virtù di un artefice, il Giolitti, che con un’arte formale ed estrinseca è riuscito a comporre apparentemente tutti i contrasti” (G. De Ruggiero, Il ritorno alla ragione,cit., p.15).

La vocazione giornalistica del De Ruggiero è decisiva anche per la sua produzione filosofica. Non è un caso se egli tratta prima sul settimanale “La Nuova Europa” molti argomenti che, raccolti in volume,costituiscono il contenuto del Ritorno alla ragione, un’opera preziosa per comprendere il senso vero e profondo della critica allo storicismo e specialmente a quello di Benedetto Croce: “Questo si presentava come una visione troppo retrospettiva del reale: esso concludeva una fase del mondo, senza aprirne una nuova; e in quella fase esso assorbiva e scioglieva senza residui, col suo realistico immanentismo, quei valori eterni dello spirito, la cui relativa trascendenza di fronte alla realtà empirica avrebbe potuto creare un fecondo squilibrio capace di schiudere le porte del futuro” (G. De Ruggiero, Il ritorno alla ragione, cit., p.14). Mancherebbe quindi allo storicismo del Croce l’idea di una distinzione di piani della realtà, quella storica e quella metastorica, quella fisica e quella metafisica,“anzi della voluta identificazione di essi si faceva un’arma per combattere il teologismo, sotto il quale nome finiva con l’includere la stessa filosofia,almeno come custode e interprete di quei valori che sorpassano ogni realizzazione empirica (ivi, pp.14-15).

A parte la critica più o meno puntuale nei confronti dello storicismo crociano, vi è nell’autore della famosa Storia del liberalismo europeo del 1925 una fortissima inquietudine esistenziale che lo spinge oltre lo storicismo, nella direzione di una metafisica di nuovo conio che gli fa vedere lo scontro dialettico di immanenza e trascendenza, e l’irriducibilità di una Ragione illuministica che si solleva sugli eventi grazie ad un’insofferenza ontologica superiore al divenire delle cose empiriche: “Ma, d’altra parte, la relativa trascendenza della ragione illuministica ha un pregio che l’immanentismo storico rischia di annullare. Essa si solleva a una regione ideale, dove tutto ciò che nello spirito vi è di eterno trova il suo rifugio e la sua meta, donde il fuggevole divenire si giudica e si misura con senso di distanza e con capacità di dominio, perché non si è travolti nel suo gorgo. Ivi sorgono le insofferenze verso una realtà sempre inadeguata all’essenza razionale dell’uomo, ivi si coltivano i nobili e generosi ideali, che sono sprone incessante all’azione” (ivi, p.28).

Questa è in realtà l’autentica propensione spirituale del De Ruggiero, che cerca e trova finalmente la forza capace di emergere dalla terrestrità viscosa dell’immanenza e di predisporre la soggettività umana verso le regioni della trascendenza, per mezzo della quale “tutto ciò che è razionale si fa reale”, giacché solo la connotazione metafisica permette lo svolgimento di una dialettica aperta in cui l’irrazionalità può essere sconfitta dalla razionalità, la materialità dai valori ideali ed eterni. La razionalità illuministica di tipo universale è ciò che emerge sul particolare storico e che fa emergere l’umana soggettività sulla realtà empirica. Qui la dialettica, come nel migliore Croce, attraversa nuovamente il contrasto tra Chiesa e Impero, tra immanenza e trascendenza, ove l’idealità razionale emerge continuamente sulla materialità del reale storico. Emergenza che nasce dall’illuminismo kantiano anziché dallo storicismo hegeliano, dall’imperativo categorico più che dal realismo storico e gnoseologico; ed è esattamente ciò che costituisce il valore dell’uomo: “Ciò che infatti costituisce il nostro valore spirituale è un’attività in sé unita e raccolta che sorpassa il tempo, per il fatto stesso che lo pone, e che contiene in sé la potenza di tutto ciò che in esso si distribuisce e si svolge” (ivi, p.24). Questa Trascendenza è l’inderogabile ed ineliminabile oggetto della ricerca che la filosofia deve compiere, e che compie in ogni tempo, a partire da Parmenide, e che nessun materialismo può sopprimere: “Compito della filosofia di tutti i tempi è stato e sarà sempre di fissare questa essenza permanente che cela il segreto del divenire e che forma il presente eterno. Togliete quest’ansia dell’eterno ed anche i tempi si appiattiscono e si vuotano, e il divenire s’immobilizza nel divenuto” (ibidem). Si tratta di un esito cui non si è potuto sottrarre neppure Horkheimer nella sua Eclisse della ragione, quando distingue tra “ragione strumentale” e “ragione oggettiva”, alla quale egli attribuisce come essenza la struttura permanente di ogni realtà sia nella vita pratica che in quella teoretica: “Questa struttura si manifesta a colui che si sobbarca alla fatica di pensare dialetticamente o che (ed è lo stesso) è capace di eros” ( Max Horkheimer, Eclisse della ragione, trad. italiana a cura di Elena Vaccari Spagnol, Einaudi, Torino 1969, p.17). E si ritorna così a Platone, che non è possibile abbandonare soprattutto in tempi di penuria filosofica, e si trascende lo storicismo e si ristabilisce la sproporzione tra mondo storico e mondo metastorico, dal quale dipendono la razionalità, la libertà, l’imperativo categorico e la profonda religiosità, e la vera e autentica dialettica tra immanenza e trascendenza che amplia il raggio dell’interpretazione e dell’azione storica e che propone nuovi compiti esistenziali da assolvere e nuovi fini etici e politici da realizzare. Così, dice De Ruggiero, vediamo l’irragionevolezza e l’ingiustizia, spesso trionfanti, cedere alla lunga alla ragione e alla giustizia”.

Prof. Nicola Costantino

 
       











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