:: POESIE ::

         
     
IL MONDO POETICO DI GIOVANNI PASCOLI
   


di Nicola Costantino

Il Pascoli è stato uno dei poeti più naturalmente e più riccamente musicale del nostro tempo: con una varietà di movimenti ritmici quasi senza uguale.
Ma egli non ha adoperato, se così si può dire, la sua ricchezza; s’è lasciato trasportare dalla fiumana melodica, senza altro cercare o guardare.
Egli era assorto sempre, quasi nel mondo del suo sogno. E di là la sua voce ci giungeva,stanca e bianca e vaga come caduta da una lontananza infinita.
I suoi versi, com’egli ha detto una volta,

cantano come non sanno
cantare che i sogni nel cuore
che cantano forte e non fanno
rumore.

Sogno e musica e silenzio; formano quella risonanza indefinibile, che è in tutte le cose del Pascoli
e che fa di esse un mondo poetico a parte; non sempre e non egualmente bello, ma sempre suo unico.
E’ il mondo delle piccole cose, dei fiori, degli uccellini, dei mille particolari deliziosi della campagna e della casa; il mondo dei ricordi infantili, e dei sogni, e dei sensi oscuri e dei brividi sottili, delle voci che nessuno ha sentito, delle sfumature che nessuno aveva distinto; è il mondo anche della leggenda eroica e del mistero e degli oscuri simboli; ma in mezzo a questo mondo sta lui, il poeta.
Per lui anche le cose più semplici rendono un’impressione meravigliosa. Sono i quadretti delle “Myricae”.
O sono gli idilli casalinghi dei “Poemetti”: la gente che ara, che semina, che si siede a mangiare, che fa il bucato, e la piada; ed egli descrive queste cose adagio, consolatamente; ma l’eco di tutto il pianto di prima trema nella sua voce e rende una gran dolcezza a quella pace della cucina in cui si sente il treppichio dello straccio, e persino il lieve spegnersi della farina bagnata e lo sfrigolio dell’olio nella teglia. E la poesia è appunto la capacità di accogliere nell’animo tutte quelle minuzie delle faccende, che la gente è solita di compiere quasi senza accorgersi, è la purezza di quel silenzio in cui tutti i rumori famigliari risuonano così caramente, è la benignità di quella voce che nel nominare e nel rappresentare tutte quelle semplici cose pare che le accarezzi e le assapori. Un desinare di contadini, che le donne preparano ai loro uomini, acquista la bellezza di un rito:

Ubbidi Rosa al subito comando
tacitamente, Sul taglier pulito
lo staccio balzellò rumoreggiando.

Le contadinelle se ne vanno via leste, col fazzoletto che pende dal braccio e che sobbalza nell’andare, passando di zolla in zolla; e il nostro cuore pare che le accompagni, vinto da una malia. Nessuna di queste cose in sé avrebbe forza di toccarci o di interessarci; ma tutte insieme ci prendono il cuore, quando il dolce poeta le nomina con la sua voce.

 
 
       


















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