:: RIFLESSIONI ::


         
   

GIUDIZIO E PREGIUDIZIO.

LA PICCOLA STORIA PRIVATA DI MANUELINA


 
 

Vi è stato un tempo in cui tutti gli albanesi immigrati in Italia erano considerati semplicemente e indiscriminatamente degli “orientali” venuti dagli alti piani e scaraventati nel bel mezzo della nostra civiltà. Essi erano ritenuti dei “barbari” incapaci di nutrire sentimenti e pensieri, aridi come le montagne desertiche e perciò impossibilitati a raggiungere le vette della bellezza artistica e dell’umana sensibilità.
E ancor oggi gli spavaldi difensori del mondo occidentale rimangono legati a quell’immagine e la diffondono con ricostruzioni arbitrarie che assolutizzano i contrasti e creano recinti in cui devono essere conservati “ integri” i valori e le identità. E’ la solita legge del più forte che scatta meccanicamente a difesa dei predatori quando questi sentono la paura di un pericolo immaginario e ritornano ad aggredire per malinteso e camuffato spirito di difesa.


La storia che racconto, pure se piccola e marginale, può invece dare l’idea dell’umanità e del senso estetico della gente venuta dall’Albania. Era nata alla periferia di Valona, tra giardini d’ulivi e palmeti la bellissima Manuelina. Da quel punto partivano le strade che conducevano verso la Grecia. All’età di quindici anni, con la famiglia è venuta in Italia, a Firenze, e vi è rimasta. Oggi sogna le lunghe spiagge marine, scrive raffinate poesie ispirate dai ginepri, dai pini marittimi, dalle ginestre, dagli eucalipti e dai profumi di quel luogo della sua fanciullezza che si è impresso nella sua memoria in modo incancellabile. E ogni sera riscrive la storia delle antiche migrazioni di popoli che da sud e da nord si spostavano lungo quei territori balcanici , crogiolo di culture e di religioni.
Manuelina pratica la religione cattolica, parla l’albanese, il greco moderno e l’inglese e pensa ormai in italiano, secondo quella grammatica che ha appreso nell’università della vita di ogni giorno, come in una palestra dove i muscoli si irrobustiscono con gli allenamenti e le continue esercitazioni. Lei ha studiato in profondità la nostra letteratura e si è particolarmente soffermata su quell’epoca gloriosa che fu il Rinascimento, del quale ha assimilato ogni stratificazione linguistica, ogni sfumatura concettuale, ogni argomento etico-politico. Ella si è impadronita di immagini e figure retoriche del nostro Umanesimo, di quel gusto per la criticità, del senso dell’ironia, con l’uso di un vocabolario che attinge sia al mondo dei dotti che a quello popolare. Conosce la ricchezza della nostra arte e passa il suo tempo libero nel centro di Firenze, dove non finisce mai di contemplare Piazza della Signoria, Palazzo Vecchio, gli Uffizi, il complesso di San Marco, il Battistero, i palazzi, le piazze, le biblioteche, le chiese, i musei, il campanile di Giotto e la cupola del Brunelleschi. Nel Rinascimento fiorentino ha trovato tutto il materiale che le serviva per capire le espressioni figurative, letterarie e filosofiche della cultura italiana ed europea.
Manuelina adesso ha venticinque anni. Sta per laurearsi in sociologia e abita con due fratelli e la nonna in casa dei genitori. Il padre è un tecnico informatico, la madre svolge un lavoro umile nella periferia della città. Qualche settimana fa, la madre si era attardata a causa di complicazioni lavorative. Erano le 23.00 e ancora non rientrava. Manuelina, senza pensarci due volte, partì con la sua bicicletta verso San Frediano e la rintracciò . La fece salire sulla bici e la riportò a casa. L’ho vista mentre attraversava le solitarie vie con la madre, pedalando con grande fatica, e ripensavo anch’io alla sua Albania lontana, ai suoi ginepri, ai suoi pini marittimi ed ai suoi spazi infiniti di spiagge. Pensavo soprattutto ai tanti pregiudizi che occupano le menti di quanti non conoscono le pene e le sofferenze degli immigrati, e il loro senso della famiglia, e i loro sentimenti profondi, e la loro religiosità autentica. Ripensavo ai mescolamenti di popoli che hanno caratterizzato la storia dell’Europa antica e moderna e alla fatica dei tanti immigrati afflitti dallo sradicamento e disprezzati, ma in fondo poco conosciuti nella loro bellezza interiore e nella loro sana eticità rispettosa dei valori della famiglia, dell’ambiente e della civiltà europea.
Italiani ed europei avrebbero molto da apprendere da Manuelina e da quelli come lei, e sono parecchi, che realizzano una perfetta esistenza sociale e un’integrazione culturale di altissimo livello. L’Illuminismo, nel suo ottimismo razionale, aveva previsto una simile commistione di popoli ed etnie all’insegna di una pubblica moralità e di una cittadinanza cosmopolita. Emanuele Kant sarebbe contento del progresso della civiltà europea che ha trovato in quelli come Manuelina il suo punto di forza, nonostante la “barbarie” di coloro che respingono i dettami della ragione e il primato dell’eticità. La filosofia illuministica aveva teorizzato la possibilità per ogni uomo di partecipare al “ banchetto” della civiltà nel rispetto delle regole comuni, senza discriminazioni di razza, colore e religione. Questo è ancor oggi l’obiettivo politico-costituzionale, che si rende possibile grazie anche alla gente venuta da quel Paese un tempo influenzato da Bisanzio e da Venezia, e alle persone che ogni giorno con grande fatica cercano una nuova identità e devono invece fare i conti con rigurgiti razziali e spropositi pseudo-filosofici.
Sarebbe più edificante riconoscere il comune travaglio dei processi di civilizzazione e la comune necessità di costruire una società nella quale non esistano antiquate e barbare pregiudiziali nei confronti di chi rispetta le norme morali, civili e costituzionali.

Nicola Costantino

   

 

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