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IL “CASO ELUANA” E LA MORALE DEL DOLORE
Intervista di Nicola Costantino a Salvatore Ragonesi

Lunedì 9 febbraio 2009 alle ore 20,10 muore Eluana, la figlia di Beppino Englaro, nella Casa di riposo “La Quiete” di Udine.Il dramma si consuma velocemente tra dolore,polemiche e strumentalizzazioni politiche. Rimangono vive tuttavia alcune domande che esigono risposte congrue,al di là dei clamori e degli schiamazzi. Le porgo al prof. Salvatore Ragonesi,che ha sempre dimostrato grande libertà di giudizio e scarsa propensione a lasciarsi condizionare dall’emotività e dalle pervasive macchinazioni partitiche e propagandistiche.


D- Prof. Ragonesi, desidero avere la sua opinione innanzitutto sul diritto di ciascun uomo di scegliere in anticipo la propria soppressione di fronte ad una condizione analoga a quella di Eluana.
R- Non è facile decidere in anticipo il proprio destino,né tanto meno stabilire nel tempo della vitalità piena le coordinate esistenziali e morali entro le quali andremo a collocarci. La libertà del soggetto si gioca fino in fondo e nessuno può sostituirla con atti preventivi e decisioni precorritrici prese in altri momenti dell’esistenza,quando le condizioni psco-fisiche erano indubbiamente diverse e certamente potevano predisporre scelte diverse.

D- Allora non è possibile a maggior ragione decidere per una persona caduta in stato vegetativo?
R- No,non è possibile sostituirsi ad un soggetto in stato di coma e apparentemente privo di coscienza,solo perché non può esprimere e comunicare con parole e gesti il proprio punto di vista e la propria volontà. Non possiamo sapere cosa si nasconde in realtà dietro lo stato comatoso. Per questo motivo non è corretto eticamente sostituirsi alla deliberazione autonoma di colui che si trova in quella condizione. La nostra esistenza è insomma uno spazio totalmente “nostro” che non può essere occupato da nessun altro soggetto,anche quando sembra che non vi sia più un barlume di autonomia.

D- La morte di Eluana non ha chiuso la porta a queste domande,anzi le ha rilanciate con maggiore violenza.
R- Certo,la morte di Eluana si pone adesso come una sfida cruciale che fa emergere le intenzioni autentiche dell’una e dell’altra parte,e le gravi contraddizioni entro le quali si muovono le due parti. Il padre di Eluana entra,sia pure in modo involontario,nella contraddizione dell’estetismo vitalista che vuole sempre giovane e bella la figlia e non sopporta il peso della malattia e dell’involuzione estetica. Molte sono le posizioni affini che temono l’invecchiamento e la degenerazione fisica,che vogliono la parvenza della giovinezza e non accettano le punture del tempo e tuttavia si schierano contraddittoriamente contro Beppino,ritenuto colpevole di volere l’eterna giovinezza della figlia a costo del suo anticipato rientro nel regno degli Inferi. Il mito di Achille non è finito nell’odierna civiltà e molti sono oggi i cultori delle apparenze giovaniliste,della mitologia ellenica che voleva eretto il tumulo ad Achille sopra il promontorio della costa,all’entrata dell’Ellesponto,così alto che i naviganti di ogni tempo potessero vederlo a grande distanza. Colà,sul Capo Sigeo, sorge il monumento gigantesco inghirlandato da Alessandro Magno,anche lui un eroe dell’eterna giovinezza.

D- La misura estetica è responsabile,dunque,dello sdegno di facciata come della malintesa libertà privata attribuita ad un soggetto in forma esteriorizzata e dequalificante.
R- Sì,la misura estetica oggi dominante non è in grado di affrontare fino in fondo le difficoltà morali dell’esistere e si impiglia nelle circostanze più laceranti,per le quali si chiederebbe un supplemento di umanità e di virilità esistenziale..Rimaniamo così prigionieri del mito di Achille e preferiamo la bella morte alla brutta vecchiaia o alla maledetta malattia. La sofferenza diventa insopportabile quando le ragioni del potere,della forza,della ricchezza o delle apparenze prevalgono sulle ragioni dell’autentico esistere,che non sono poi tanto stravaganti ed aliene e che non costituiscono deficit e fallimento. Basta accettarle per quello che rappresentano da un punto di vista semplicemente umano,come si accettano il dolore e le deprivazioni nell’incalzare della malattia e della vecchiaia. Tutto ciò non devasta la vita,se accade naturalmente e viene accettato come un aspetto normale dell’impegno morale dell’esistere.

D- L’ordine del mondo dello stoicismo che preferisce la morte ad una vita indegna,dimentica solo di aggiungere l’idea nuova del Cristianesimo con il suo principio di resistenza,che prende il posto del mito della bella morte.
R- A dire il vero,sappiamo bene,attraverso la figura di Cristo,fino a che punto il Cristianesimo sia stato pervaso da uno spirito di resistenza alla sofferenza,ma in ogni caso esso ha introdotto un senso di libertà inscritto nello stesso concetto di “natura umana” e di “persona”,la cui capacità di resistenza è data realmente e non fittiziamente. Questa è in sostanza la vera immagine di un soggetto non rarefatto nel suo dolore e ontologicamente recuperato alla pienezza della sua umanità finita. La teologia del Crocifisso non è un semplice mistero cristiano,poiché costituisce un modello ed un paradigma fondativo di umanità finita vissuta fino all’estremo e con coraggio. Questa è inoltre la vera laicità, non lo è invece l’annientamento del soggetto nell’effimero mondo degli oggetti belli,fruibili e funzionali che abbiano sempre i verdi colori della felicità e del godimento estetico..Il neopaganesimo si ritrova nella posizione di chi accetta l’appagamento estetico e non reagisce al destino che fa dell’uomo un semplice strumento di piacere. L’uomo non può essere ridotto,del resto,ad una merce miserabile e nauseabonda,neppure nella sua fase estrema, che dev’essere conservata il più a lungo possibile,secondo i criteri naturali e morali. Diversamente,ricadiamo in precedenti pericolosi,sia pure in forme diverse,per ridare alla bella morte una giustificazione razionale nell’interesse della vittima di turno. L’idea di eliminazione di tutte le brutture umane,piaccia o meno,diventa possibile e persino ragionevole in un mondo votato all’estetica della mera forma ed alle grandi regressioni del senso morale o religioso.


 
       











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