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Ciò che è vivo di Benedetto Croce

 
   
Intervista di Nicola Costantino, docente universitario e giornalista, a Salvatore Ragonesi, filosofo e storico della filosofia.

Sul numero 9 del 15 maggio 2007 della rivista bresciana Nuova Secondaria il prof. Salvatore Ragonesi ha pubblicato un lungo saggio su Ciò che è vivo di Benedetto Croce che ha ricevuto un’accoglienza favorevole nel mondo scientifico. Vorrei che l’amico filosofo riproponesse con uno sforzo di semplificazione taluni temi affrontati nel suo saggio, visto che la figura e il pensiero di Croce meritano di non scomparire dalla scena culturale italiana e internazionale. Le riflessioni del prof. Ragonesi vengono registrate e subito trascritte sotto il suo controllo, sicché egli ne assume la piena responsabilità e paternità.

1- La prima domanda che rivolgo al prof. Ragonesi riguarda in generale l’attualità della vasta attività crociana.

Risposta - L’attività di Benedetto Croce è imponente e si svolge su più fronti, tutti di estremo interesse. Per comodità semplificatrice possiamo utilizzare le distinzioni che si articolano nelle famose quattro categorie dello spirito secondo la sistemazione crociana compiuta nella Logica come scienza del concetto puro, pubblicata da Laterza nel 1909 e più volte ristampata anche con modifiche e integrazioni. Queste categorie del conoscere e dell’agire sono: l’estetica e la logica da una parte e l’economica e l’etica dall’altra. L’uomo rimane sempre un “uomo intero” e tuttavia ogni attività è esplicitamente se stessa e non le altre. La storia rimane dentro la categoria della logica filosofica, poiché essa non è possibile senza l’elemento filosofi co, come del resto la filosofia non è possibile senza l’elemento storico: “Bisogna conoscere il significato dei problemi del proprio tempo; il che importa conoscere anche quelli del passato” per poter fare filosofia, giacché la filosofia medesima “non è né fuori né a capo o a termine, né si ottiene in un momento o in alcuni momenti particolari della storia; ma, ottenuta in ogni momento, è sempre tutta congiunta al corso dei fatti e condizionata dalla conoscenza storica… E filosofia e storia non sono già due forme, sebbene una forma sola, e non si condizionano a vicenda, ma addirittura s’identificano…Né la storia precede la filosofia né la filosofia la storia: l’una e l’altra nascono a un parto” (Logica come scienza del concetto puro, Laterza, Bari 1917, p. 218) . Così l’attività di Croce attraversa tutte le forme in cui lo spirito si realizza e in ciascuna forma lascia una traccia indelebile, anche se i campi prediletti dal filosofo sono l’estetica e la storiografia. Nessuno in Italia ha prodotto più di lui e nessuno ha saputo meglio di lui organizzare il sapere e renderlo disponibile attraverso le innumerevoli iniziative editoriali, a cominciare dalla rivista La Critica fondata nel 1903. Le sue opere non subiscono l’usura del tempo.

2- La seconda domanda rivolta al prof. Ragonesi riguarda proprio il valore dell’estetica crociana.

Risposta - L’estetica di Croce è un campo non del tutto esplorato. E bisognerebbe studiarlo meglio di quanto finora non sia avvenuto. La storia dell’estetica crociana è lunga e tormentata. Basti dire che la prima sistemazione organica risale al 1900, alla Tesi fondamentale dell’estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, ripubblicata da Laterza nell’edizione definitiva del 1912 con il titolo leggermente più sintetico Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, e che successivamente vengono alla luce il Breviario di estetica nel 1913, L’Aestetica in nuce nel 1928 e La poesia nel 1936, per non parlare poi dei tanti lavori di critica artistico-letteraria sparsi in diversi saggi. Ma, in sostanza, le basi dell’estetica sono date dalla prima opera, che rimane fondamentale, nonostante le varie revisioni: “La conoscenza ha due forme: è o conoscenza intuitiva o conoscenza logica; conoscenza per fantasia o conoscenza per l’intelletto; conoscenza dell’individuale o conoscenza dell’universale …è insomma o produttrice d’immagine o produttrice di concetti” (Estetica come scienza dell’espressione e linguistica generale, Laterza, Bari 1912, p. 3) . L’interesse suscitato in tutto il mondo da questa estetica contribuisce a dare all’attività di Croce uno straordinario rilievo e una speciale autorevolezza scientifica. I fraintendimenti non mancano e nemmeno gli sforzi di chiarificazione. Rimane tuttavia indubbio che l’arte è una forma di conoscenza nella quale entrano come in un circolo tutte le altre forme, unificate dall’intuizione artistica e dalla produzione creativa dell’immagine fantastica. Essa non è pura imitazione della realtà, né pura sensazione, né pura passione, né puro concetto, bensì pura immaginazione produttiva. : “In ogni accento di poeta, in ogni creatura della sua fantasia, c’è tutto l’umano destino, tutte le speranze, le illusioni, i dolori e le gioie, le grandezze e le miserie umane, il dramma intero del reale, che diviene e cresce in perpetuo su se stesso…Nel travaglio del passaggio dal sentimento immediato alla sua mediazione e risoluzione nell’arte, dallo stato passionale allo stato contemplativo, dal pratico desiderare, bramare e volere all’estetico conoscere, si è allora, invece di giungere al termine del processo, rimasti a mezzo” (Breviario di estetica, Laterza, Bari 1946, p. 135) . L’arte non è frutto di intuizione immediata, bensì di mediazione dialettica che porta con sé tutto il resto della vita, della conoscenza, del volere e del patire nuovamente percepito nelle contemplazione estetica e trasferito nell’immagine artistica.
L’arte si presenta pertanto come sintesi a priori estetica e come totalità. Essa rimane intuizione solo a patto di essere stata intellezione e travaglio morale e stato passionale, cioè in quanto ha attraversato la totalità delle forme e si è posata sulla forma estetica che conserva il carattere delle totalità: “Dare dunque al contenuto sentimentale la forma artistica è dargli insieme l’impronta della totalità, l’afflato cosmico; e, in questo senso, universalità e forma artistica non sono due ma uno” (ivi, p. 137) . La dimensione estetica così teorizzata contiene tratti di vera originalità, che non possono essere ignorati o sottovalutati. La “teoresi” estetica è un conoscere speciale che si concentra e materializza solo nell’immagine concreta, espressione di fantasia produttiva, e che accoglie nel suo seno la totalità nell’unica forma possibile della creazione fantastica e dell’essenziale e insostituibile rappresentazione sensibile di una verità non più psicologica, bensì universale: “Questa impronta di universalità e di totalità è il suo carattere; e dove pare che vi siano bensì immagini ma questo carattere sia debole e manchevole, si dice che manca la pienezza dell’immagine, l’immaginazione suprema, la fantasia creatrice, l’intima poesia” (La poesia, Laterza, Bari 1966, p. 12) .

3- La terza domanda che porgo al prof. Ragonesi riguarda il metodo crociano della storiografia.

Risposta - Il passato risorge continuamente dall’ombra dei secoli quando il nostro spirito si disponga ad interrogarlo. La storiografia crociana è appunto continua interrogazione del passato alla luce di un problema attuale: una interrogazione che sia però capace di assegnare ai fatti il loro posto e alla comprensione il suo valore. Senza fatti filologicamente accertati non si dà storia, ma nemmeno senza pensiero comprensivo si può fare storia. Nel giudizio storico s’intrecciano perciò filologia e filosofia, accertamento puntuale del fatto e comprensione profonda dello stesso. La verità storica è appunto questa assoluta identità di reale e razionale, di individuale (perché individuato) e di universale (perché ragionato). Il giudizio storico è l’atto del pensare l’evento particolare, di confermarlo e qualificarlo, cioè di comprenderlo concettualmente.
Percio la storia è sempre viva, in quanto nasce da un bisogno di dare una risposta ad un interrogativo attuale, di schiarire con il pensiero fatti ed eventi che ancora hanno un significato per colui che ricerca. Insomma il passato non muore nella coscienza storiografica, perché in esso “de nostra re agitur” (cfr. La storia come pensiero e come azione, Laterza, Bari 1938) .
La famosa opera Teoria e storia della storiografia del 1917 ha un carattere prevalentemente metodologico e prepara il terreno alla grande produzione storiografica. In essa si chiarisce la nota contrapposizione di cronaca e storia, si svela la contemporaneità della storia e si determina la natura filosofica della stessa, che rientra nell’attività teoretica, poiché non vi è altra attività conoscibile che non sia storica e teoretica allo stesso tempo. E questo è anche il concetto crociano della filosofia come storicismo assoluto, quale si ritrova nell’opera assai esplicativa Il carattere della filosofia moderna (Laterza, Bari 1941) .
Coerentemente con la sua spessa impostazione metodologica, Croce svolge un’intensa attività storiografica per ciascuna delle quattro forme della vita spirituale, senza escludere peraltro la storia degli avvenimenti politici e sociali, la cui ricostruzione si trova nelle seguenti opere particolarmente preziose: La rivoluzione napoletana del 1799 (Laterza 1912), Storia del Regno di Napoli (Laterza 1925), Storia dell’età barocca in Italia (Laterza 1929), Storia d’Italia dStoria d’Europa nel secolo decimononoal 1871 al 1915 (Laterza 1928) e (Laterza 1932) . Che sono la testimonianza di un altissimo impegno storiografico e di un’elaborazione etico-politica di grandissimo valore scientifico. Dice Federico Chabod: “A mantenere in altezza la storiografia crociana, evitandole di cadere nell’astrattezza intellettualistica, è anzitutto quel senso del particolare umano così profondo e possente in Croce dalla prima alla più tarda maturità. Il fermarsi largamente sugli uomini singoli e sulle opere degli uomini, l’apparir frequente, dietro a una proposizione di carattere generale, di volti umani, di affetti e di passioni umane, danno per primi alla storia etico-politica - quale è nelle opere di Croce- contenuto e colore concreto” (F. Chabod, Lezioni di metodo storico, Laterza, Bari 1972, pp. 220-221) .

4- Un aspetto poco esplorato di Croce è il suo metodo nella storia della filosofia. Chiedo perciò al prof. Salvatore Ragonesi qualche ragguaglio in merito.

Risposta - E’ vero, non tutto è conosciuto dell’opera di Croce. Quelli che lo hanno criticato, lo hanno fatto spesso senza conoscerne la vasta produzione. Per quest’aspetto mi sembra utile e necessario risalire alla contestazione del metodo hegeliano. Egli rimprovera ad Hegel, storico della filosofia, di aver imposto allo svolgimento del pensiero filosofico un arbitrario ordine logico-sistematico, trascurando nei filosofi la loro individualità originale. Insomma, secondo Croce, nella prospettiva hegeliana manca la concretezza delle posizioni personali ed è presente soltanto uno spirito assoluto che tutto riassorbe in sé, cancellando ogni particolarità.
In realtà Hegel non può operare diversamente, giacché ricorre al concetto della filosofia non come storicità, ma come verità che svela se stessa dentro di sé. Le categorie delle sue Lezioni di storia della filosofia sono quelle del “seppellimento” e del “superamento”, sicché ogni filosofia seppellisce la precedente e la supera proprio nell’atto in cui conserva la sua verità, che è l’eterna Verità: “La categoria essenziale è infatti l’unità di tutte queste diverse manifestazioni, giacché uno solo è lo spirito, che si manifesta e si imprime nei diversi momenti” (G. Hegel, Introduzione alla storia della filosofia, Laterza, Bari 1962, p. 91) . Non esistono dunque per Hegel individualità filosofiche, viceversa per Croce, proprio perché il pensiero di ciascun filosofo è un atto di libertà, ogni dottrina ha un suo valore specifico che attinge alla particolare situazione storica e alla prospettiva personale. Lo spirito filosofico è storicamente determinato e ciascun filosofo mantiene la sua individualità, che una storia della filosofia deve riuscire a raccogliere nelle sue determinazioni peculiari. Non è un caso che l’attività storiografica di Croce in direzione della storia della filosofia si svolga in maniera monografica e volga l’attenzione alle individualità filosofiche più che ai movimenti universali del pensiero.
Due monografie emergono sulle altre e cioè quella su Vico (La filosofia di Giambattista Vico, Laterza 1911) e quella su Hegel (Saggio sullo Hegel, Laterza 1913) , che sono entrambi i filosofi sui quali egli poi torna ripetutamente con integrazioni critiche e nuove riflessioni. La monografia sul Vico, nella stesura definitiva del 1946, presenta per esempio l’aggiunta di una postilla biografica di grande interesse, in quanto corregge precedenti informazioni e addirittura la stessa Autobiografia vichiana: “Aggiungo, per memoria, che il Vico nacque in Napoli il 23 giugno 1668 (non 1670, com’egli dice nell’autobiografia) e morì il 23 gennaio 1744 (non il 20, come dicono tutti i biografi)”. Da qui si evince l’importanza che Croce attribuisce anche ai minimi particolari ed alla precisione delle informazioni pure di fronte a grandi filosofi che non avrebbero bisogno di ulteriori puntualizzazioni di tipo né biografico né interpretativo. Ma la storia della filosofia è appunto una storia come le altre, pure se con la sua specificità conoscitiva e concettuale, e non può abbandonare il terreno della precisione e dell’acribìa. Che è una lezione ai tanti storici del pensiero che ritengono di poter fare ricostruzioni arbitrarie e fuorvianti, e talvolta anche brillanti, senza dover sopportare la grande fatica della ricerca.

5- Un’ultima domanda al prof. Ragonesi riguarda la nozione crociana di laicità sulla quale egli si è particolarmente soffermato nel saggio citato all’inizio.

Risposta - Croce non è un cane morto, nonostante i ripetuti tentativi di renderlo tale. Egli è lo storico e il teorico di un liberalismo aperto e intelligente, che sa coniugare libertà e uguaglianza e far tesoro sia della filosofia greca e romana che del Cristianesimo e del processo di pensiero che dal Rinascimento approda all’Illuminismo. E la sua Storia d’Europa non è certo un’opera minore se la si consideri sotto il profilo dello svolgimento etico-religioso della moderna laicità europea. Qui le forze spirituali irrompono nel mondo reale e producono i fatti della modernità civile. La religiosità laica si dispiega gradualmente nell’Europa moderna e raggiunge la sua vetta alla fine del Settecento quando essa emerge con maggiore trasparenza e anima la nuova fede innestata saldamente nella temporalità. Questa religiosità faticosamente conquistata non rifiuta il legame con il Cristianesimo autentico, che pone l’accento sull’interiorità e che accomuna e affratella (cfr. Perché non possiamo non dirci cristiani, in Discorsi di varia filosofia, vol. I, 2^ ed. , Bari 1959, pp. 11-23) .
Quella di Croce è una laicità che attinge a piene mani alla fonte illuministica, a dispetto dell’accusa rivolta all’Illuminismo, nel 1917, di astrattismo utopico (vedi Prefazione alla terza edizione dei saggi contenuti in Materialismo storico ed economia marxistica); ma egli sa bene che i grandi progressi nel pensiero e nella società si collocano nel Sei-Settecento, periodo decisivo per l’affermarsi di una laicità storicamente ed eticamente operosa. Nella Filosofia della Pratica (prima ed. 1908 e quarta edizione riveduta 1932), là dove il filosofo scandaglia i precedenti storici della morale kantiana e riconosce in Charron, Grozio, Thomasius, Spinoza e Pietro Bayle i fondatori della morale “indipendente”, è già presente l’idea che le fonti della civiltà europea vanno pienamente e integralmente rintracciate nel movimento illuminista culminante nel lavorìo ricostruttivo di Kant. E con quest’ultimo stabilisce un nuovo rapporto interpretativo che ne determina la supremazia sullo stesso Hegel per modernità, sensibilità storica e universalità (vedi soprattutto i molti saggi dei due volumi dei Discorsi di varia filosofia (prima edizione 1945) .
Negli anni più oscuri e tragici della storia d’Europa, la riflessione crociana si fa eticamente più incalzante e volge lo sguardo al tempo in cui, dopo il sangue dei conflitti religiosi, si era affermato il senso dell’umanità e della dignità della persona e dei valori permanenti della civiltà. La sua religione della libertà diventa allora una speranza luminosa del futuro che tesaurizza il patrimonio prezioso di un passato illuministico nel quale si era quasi composto “il dissidio tra cielo e terra, Dio e mondo, ideale e reale”. Per questo motio la Storia d’Europa (specialmente nei due primi capitoli) ha un significato che va oltre la pura valutazione storiografica, perché essa nasce da un turbamento spirituale e da una profonda trepidazione per la vita della libertà, ma soprattutto dalla constatazione di un mondo imprigionato da un volgare pragmatismo utilitaristico. Così Croce rientra nell’orizzonte di un giusnaturalismo storicizzato che si riappropria delle questioni eterne dello spirito per le quali la vita degli uomini e dei popoli si consuma o si esalta nel conflitto immanente tra città di Dio e città terrena, tra valore e realtà. La laicità crociana si pone proprio in relazione a tale immanenza che cerca tuttavia di trascendere se stessa nell’insoddisfazione e inadeguatezza della vicenda storica : “Perciò i miei cari amici…mi vorranno perdonare se non mi unisco al loro coro e mi tengo stretto alla virtù che <immane> in noi e mi serbo assoluto immanentista. Può darsi che in questa virtù si possegga un Dio che ci dirige e ci comanda, un Dio che s’invoca dal fondo del cuore intensamente”. Che sono le ultime parole del Contributo alla critica di me stesso del 1945.

 
       











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