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Il Commento dello storico della filosofia Salvatore Ragonesi al saggio "Della storia d'Italia" del filosofo triestino Carlo Antoni.

Ripropongo l'ottimo commento dello storico della filosofia Salvatore Ragonesi al saggio "Della storia d'Italia" del filosofo triestino Carlo Antoni, ripubblicato di recente dalle Edizioni di Storia e Letteratura di Roma. Lo scritto del prof. Ragonesi avrebbe dovuto possedere le caratteristiche limitate della recensione,ma esso va ben oltre, perché supera i confini della semplice analisi e della mera ricognizione dei contenuti e presenta l'opera e l'autore nella forma più approfondita,nei vari e molteplici collegamenti culturali e nella considerazione più globale possibile, e dimostra l'attualità sia dell'opera che dello stesso Autore.

"Il saggio di Antoni-dice il prof. Ragonesi sembra ispirarsi perfettamente alla lezione crociana, ma in realtà, come capita per altri suoi lavori di più stretta tessitura teoretica, se ne allontana per diverse ragioni". E così egli entra in una discussione di metodologia sui modi di periodizzare la storia d'Italia e su quelli che sono gli inizi della decadenza italiana. Per Antoni, la decadenza italiana comincia già dall'esordio della storia nazionale, cioè dai Comuni, afflitti dai contrasti interni, dalla sete di potere dei ceti dirigenti, dalla violenza, dalla faziosità, dall'opportunismo, dall'affarismo, dalla frode, ecc. Questi sono i vizi capitali della nostra storia nazione, la cui decadenza inizia perciò prima dell'età barocca e ne caratterizza poi l'intero percorso, fino al fascismo. Soltanto nel periodo risorgimentale quei vizi vengono momentaneamente rimossi ed occultati. Oggi il dramma nazionale riprende vigore ed i vizi riprendono il sopravvento sulle virtù civili, che pure esistono. E qui sta il significato etico-politico del saggio del prof. Salvatore Ragonesi, che valorizza l'opera di Carlo Antoni proprio per la sua drammatica attualità, oltre che per la narrazione in sintesi di tutta la nazionale. Ma il commento dello Studioso è davvero insuperabile per ricchezza d'informazione, profondità e acutezza d'analisi e bellezza e scioltezza di stile.


Nicola Costantino

 

"Della storia d'Italia" di Carlo Antoni.
Un saggio storico di drammatica attualità ripubblicato dalle Edizioni di Storia e Letteratura di Salvatore Ragonesi.

Carlo Antoni (Senosecchia, Trieste, 1896-Roma 1959) è grande filosofo, sommo storico della filosofia e insigne germanista. Seriamente impegnato nell'appprofondimento e nella revisione del pensiero crociano ed hegelo-marxiano, scrive una molteplicità di opere che hanno uno straordinario valore storiografico (tra le quali ricordiamo: "Dallo storicismo alla sociologia" del 1940; "La lotta contro la ragione" del 1942; "Considerazioni su Hegel e Marx" del 1946;"Commento a Croce" del 1955 e "La restaurazione del diritto di natura" del 1959) e che ancora conservano un notevole significato teoretico, pure se il mondo accademico irrispettosamente le ha dimenticate tra la polvere delle biblioteche universitarie e l'editoria ne ha condizionato la meritata circolazione.

Con la mia debole voce, ho auspicato in ogni occasione la ripubblicazione di tutte le opere di Carlo Antoni, delle maggiori e delle minori; e adesso le Edizioni di Storia e Letteratura di Roma compiono un miracolo con la prima edizione nella collana "Civitas" di un vero gioiello editoriale e la ripubblicazione di un piccolo libro misconosciuto titolato "Della storia d'Italia", scritto e diffuso dal grande intellettuale clandestinamente nel novembre del 1943 come primo numero dei "Quaderni del movimento liberale italiano" nel clima dominato dall'otto settembre e dall'armistizio di Badoglio, ristampato con poca fortuna dall'Editore Colombo di Roma nel 1947 in un agile volumetto, "Tre saggi storici", che contiene tra l'altro una breve prefazione dell'autore.

L'introduzione, assai opportuna e penetrante ,è dello storico Giuseppe Galasso, in questa nuova edizione e aiuta a rileggere il saggio di Antoni ed a comprendere le ragioni della sua produzione originaria nella riconsiderazione totale della lunga vicenda storica nazionale,senza trascurare di essa negatività e positività,e più le negatività che le positività:"Sulla base di tali premesse l'esame che Antoni fa della storia d'Italia è di una sorprendente negatività.A cominciare,intanto,dal profilo che egli traccia del Comune,ossia di uno degli organismi politici più originali e creativi della civiltà politica italiana […]La violenza interna,nella lotta delle fazioni che se ne contendevano il governo,e la violenza nell'espansione della città nel contado e nella contesa tra i vari comuni,ciascuno tendente ad una maggiore espansione,dominò pertanto la scena politica del Medioevo italiano.Si giunse così alla Signoria, vero trionfo della politica senza princìpi e senza ideali, tutta fondata sulla più cruda concezione del potere come frutto di puro calcolo e bilancia delle forze in campo: puro machiavellismo, insomma (Giuseppe Galasso,"Introduzione" a Carlo Antoni, "Della storia d'Italia", Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2012, pp.11-12). Di qui il bilancio piuttosto fallimentare di tutta la storia medievale,moderna e contemporanea dell'Italia,perché anche l'analisi dell'Italia unita,di quella post-risorgimentale e fascista,porta la medesima impronta e presenta con maggiore rilievo i medesimi caratteri perversi: "L'Antirisorgimento,dopo aver stabilito la dittatura del fascismo, aveva poi portato il paese al disastro e alle rovine della seconda guerra mondiale, e così,con coerenza storica,aveva compiuto la sua opera di sovversione e di distruzione dell'eredità del Risorgimento" (ibidem,p.16).

In verità, Carlo Antoni, prima irredentista e combattente nella grande guerra e poi coerente e deciso antifascista, del quale poco o nulla si dice, scrive un'opera militante e allo stesso tempo piena di profonde riflessioni,concettualmente lineare e trasparente,per dare un respiro culturale e ideale alla lotta resistenziale a Roma e non farle mancare un suo contributo operativo. Perciò il saggio "Della storia d'Italia" è carico di passione politica, e ciò è stupefacente per un autore come Antoni educato al distacco intellettuale ed alla prudenza scientifica. Qui egli precipita invece sul terreno della polemica immediata e corre diritto ed incalzante verso la sua meta,senza le abituali mediazioni razionali,i normali supporti critici ed i necessari controlli d'archivio. Cosa è successo? La spiegazione c'è e va ricercata, a parer mio, nello stesso drammatico incalzare degli avvenimenti politici e nella catastrofe che sta vivendo la nazione italiana provocata dalla guerra disastrosa, dallo smarrimento di molti, dai tradimenti clamorosi, dall'evento catastrofico del 25 luglio 1943 e dallo sgretolamento istituzionale. Se vogliamo, la ragione più vera si trova nel fatto che l'autore è nella condizione della clandestinità e non può utilizzare tutti gli strumenti della ricerca bibliografica e archivistica; egli però ha ormai assimilato il materiale necessario per uno schizzo concettuale di storia nazionale ed è in grado di offrire una sua interpretazione sintetica, chiara e convincente del disastro cui ha condotto la faziosità italica in un quadro di vita nazionale tormentata e radicalmente corrotta, con ingredienti "poco virtuosi" che vengono da lontano, addirittura dal tempo precedente la formazione dello Stato unitario, e che rischiano di propagarsi nel tempo successivo alla riconquista della libertà, senza alcuna soluzione di continuità. Questo è il grande pericolo che Antoni vorrebbe evitare al nuovo Stato nascente dalla Resistenza e dalla lotta di Liberazione: la faziosità corporativa, lo squallido affarismo, la volgarità dei tanti voltagabbana, il trasformismo delle vecchie classi dirigenti e la sistematica corruzione dei ceti burocratici e militari.

Antoni espone la tesi della fragilità organica della nazione italiana nel momento dell'angoscia e della disperazione, del clamoroso tradimento degli alti gruppi dirigenti e della spettacolare fuga notturna dei vertici della monarchia sabauda e della burocrazia che pensano solo alla propria salvezza, anziché a quella più qualificante della patria comune; e capovolge dialetticamente l'impostazione crociana che colloca l'inizio della narrazione della vicenda italiana a partire dal momento dell'unificazione del Paese, e non prima. Egli ripropone invece la categoria storiografica di un Antirisorgimento che percorre il lungo calvario della decadenza italica,dalla "fioritura delle città nei secoli XII e XIII" alla tirannide del nuovo "capo della fazione che si professava discepolo di Machiavelli". E spiega che per necessità quasi meccanica "la tirannide, resa anche più formidabile dai mezzi che la tecnica moderna metteva a sua disposizione, compì la sua opera dissolvente" e che "la catastrofe morale travolse tutti gli istituti,corruppe e falsò l'intera vita nazionale, la giustizia, l'economia, l'esercito, la cultura, la stampa, la scuola, intaccò la stessa nativa gentilezza ed umanità del costume". E lo Stato, in queste condizioni,"non fu neppure uno Stato di polizia, ché la tirannide non tenne conto neppure dei propri decreti e l'ordine fu affidato ad un tribunale di parte, ad una milizia di parte, al partito stesso ridotto ad una polizia di parte (C. Antoni, "Della storia d'Italia", cit. p.63).

"Della storia d'Italia" è il racconto inquietante di un vizio radicale e delle ragioni di una non piena attuazione sia dell'unità nazionale che della stessa nazione, sovrastate dal municipalismo,dal campanilismo, dall'individualismo, dal machiavellismo e dallo spirito di faziosità. Il secolare travaglio unitario è rappresentato nella sua incapacità di ricomporsi in solida costruzione civile per l'irrompere di forze perennemente distruttive: "Dante è stato il grande testimonio di questo sovvertimento e della rissa che ne seguì, ed è stato veramente il profeta della nostra nazione. Traendosi fuori e al di sopra del tumulto delle fazioni, sognò il ritorno dell'ordine legittimo in virtù di un'idea. La sua formula, che discendeva dai cieli della metafisica e della teologia, era allora troppo sacra e troppo poco profana,ma la sostanza della sua protesta era vera ed esatta, e l'intera storia d'Italia, fino ad oggi, ne è stata la conferma. Mai un profeta fu meno ascoltato. L'odio di parte dominò la vita politica della nazione. Nessuna intesa fu possibile tra le città, che si combatterono tra loro, come le città dell'Ellade antica. La Lega Lombarda fu soltanto un precario accordo, imposto dalla necessità della lotta contro l'imperatore:nessuna idea federalistica[…] Con la Signoria trionfò la politica pura,il freddo calcolo, fondato sulla frode e la violenza, per il conseguimento e la conservazione del dominio, all'infuori di qualsiasi motivo ideale (ibidem, pp.31-32).

Stranamente, per quelle singolari coincidenze che maturano in momenti drammatici, nello stesso arco di tempo Luigi Salvatorelli scrive "Pensiero e azione del Risorgimento", che converge in un punto decisivo con il saggio di Antoni, e cioè nella parte postrisorgimentale, là dove si parla di "apostasìa finale del Risorgimento", di "tradimento supremo verso la nazione" e di un "Antirisorgimento" che culmina nella violenza fascista e che alla fine,data la viltà dei ceti dirigenti, non può non costringere il popolo italiano a "prendere in mano da solo il proprio destino (L.Salvatorelli,"Pensiero e azione del Risorgimento", Einaudi, Torino 1974, settima edizione,p.191). Salvatorelli si appella qui al popolo come categoria generale, mentre Antoni, con vocazione più azionista, si rivolge agli antifascisti della prima ora, a quelli che hanno dimostrato nel lungo ventennio fermezza e coraggio, per salvare la patria dalla catastrofe e passare alla Resistenza. Egli sa tuttavia che ciò risulta difficile, ma prova ugualmente a lanciare l'aristocratica proposta dei pochi spiriti eletti forgiati nelle carceri del regime che possono prendere le armi e condurre la lotta resistenziale fino alla sua conclusione estrema, senza lasciarsi corrompere, strada facendo, dal nuovo clima democraticistico, subdolamente progressivo, ma profondamente e moralmente compromissorio, paternalistico e opportunistico,che si crea inevitabilmente subito dopo la vittoria.

L'intensità della commozione in Antoni e Salvatorelli è pari alla loro professione di fede nella nazione, l'unica entità per la quale valga ancora la pena di combattere e morire. Ma il filosofo triestino è piuttosto scettico quanto all'esito finale, poiché, secondo lui, i vizi secolari dell'Italia non si possono rimuovere d'un colpo, ed il senso civico e le virtù della crociana religione civile non si possono diffondere ed assimilare su larga scala là dove manca la vera cultura dell'anima, perché vi è stato per molto tempo il dominio diffuso ed incontrastato della corruzione, della frode, dell'individualismo selvaggio e del machiavellismo. L'Antirisorgimento, insomma, sembra poter celebrare ancora i suoi fasti e ottenere il sopravvento sul Risorgimento degli eletti, degli ideali puri e dell'amore disinteressato per la patria, e su quello della profonda sincerità, dell'onestà e della coerenza. Dolorosa è destinata ad essere la delusione di coloro che "nei lunghi anni dello smarrimento e dell'ignominia resistettero e non vendettero la loro anima" e "soffrirono con serenità il carcere, il confino, l'esilio (ibidem, p.65). Costoro saranno sopraffatti dai soliti sciacalli e rischiano di non poter assistere alla nascita della Nuova Italia, se non nella loro immaginazione. Si richiede perciò uno sforzo grandioso e supplementare di volontà,ma le risorse sono poche.

Salvatorelli rintraccia in Italia le qualità ben riconoscibili di resistenza morale ed intellettuale negli eretici del Rinascimento e nei loro successori che hanno dimostrato di possedere l'energia spirituale per combattere l'oppressione e conseguire la vittoria politica e militare; Antoni segnala,invece, l'assenza di una "borghesia" eretica capace di capovolgere il destino della patria,anche se di una tale "borghesia" vi sarebbe grande bisogno per un possibile riscatto nazionale: "Era mancata in Italia quella tipica borghesia che, secondo Marx, trovò nel Calvinismo la propria espressione religiosa. I pochi eretici italiani presero la via dell'esilio senza lasciare traccia di sé […] E mentre altrove la nuova fede dava nuova fermezza e nuova interiorità alla coscienza politica, sicché la politica acquistava una sostanza etica, l'Italia diventava il lieto paese del Carnevale e delle maschere, meta dei viaggiatori in cerca di svago e di antichità (ibidem, p.35).

Il saggio di Antoni sembra ispirarsi perfettamente alla lezione crociana, ma in realtà,come capita per altri suoi lavori di più stretta tessitura teoretica,se ne allontana per diverse ragioni.Anzitutto(e nonostante l'esordio che può indurre in errore) per la visione tutta anticrociana secondo la quale è possibile scrivere una storia d'Italia dal tempo che precede l'unificazione politica;e questo saggio illustra e ripercorre velocemente l'intera storia italiana,dalla fioritura delle città alla organizzazione della Resistenza; e periodizza in modo anomalo e poco crociano l'inizio della decadenza italiana.Mai il Croce avrebbe collocato l'inizio della storia d'Italia in un momento pre-unitario, mentre Antoni parte proprio dal lontano Medioevo nella sua fase declinante e tratteggia il lungo percorso della decadenza politica dell'Italia: "Preda di lanzichenecchi, svizzeri, spagnoli, cessò di avere una propria vita. La politica aveva distrutto la politica. I discendenti dei vincitori di Legnano non si mossero a difendere il ducato di Ludovico il Moro […] Nei tragici secoli delle grandi rivoluzioni religiose e politiche, della formazione cioè del mondo moderno, il popolo italiano rimase tranquillo (ibidem, p.34).

La visione dello Stato liberale post-risorgimentale che emerge in Antoni non è poi così pacificata e distesa come per Croce, che esalta particolarmente l'età giolittiana come il momento più prospero e felice della realizzazione nazionale, ma che non riesce per questo motivo a spiegare la genesi del fascismo. Anche nel benessere materiale si annida per Antoni l'Antirisorgimento: "Come per l'intera Europa,anche per l'Italia il primo decennio del nuovo secolo fu un periodo di prosperità e di benessere. L'Ottocento si era chiuso malamente […] Il nuovo regno, con al governo Giolitti,sembrava fruire della politica di raccoglimento e di buona amministrazione. L'unità dava finalmente i suoi frutti anche nel campo economico […] Ma il ritmo del progresso economico non corrisponde quasi mai al ritmo dello sviluppo spirituale […] Alla nuova vita italiana dava ormai il tono una borghesia capitalistica in certo senso nuova per l'Italia: priva perciò di ogni tradizione ed anche delle virtù borghesi, intellettualmente grossolana,una borghesia di parvenus,che lasciava volentieri a Roma, ai politicanti ed ai burocrati, le cure della disprezzata politica,riservando a sé con soddisfatta compiacenza gli affari, salvo ad invocare l'autorità dello Stato nella repressione degli scioperi e l'interesse nazionale nella protezione doganale (ibidem, pp.55-56). Su queste basi precarie l'Italia non regge alla scossa della grande guerra ed ai fatti interni successivi. Ed è il fascismo.

Uomo di confine cresciuto nel culto della nazione e della letteratura nazionale, Antoni rappresenta la posizione autenticamente liberale nel pensiero politico e filosofico, anche se i liberali di partito non si accorgono di lui e della sua opera. Egli vuole un'Italia pulita e libera, pur dopo avere sconfitto il nazifascismo, perché non è sufficiente liberarsi di una dittatura armata, se poi al suo posto si genera un dispotismo disarmato, opportunista e affarista. Contro questo dispotismo egli lotta negli ultimi anni della sua breve esistenza con le armi della sua acuta intelligenza. Ed il suo saggio "Della storia d'Italia" oggi si rivela di drammatica attualità per gli eventi in corso; e quel che esso non produce sul terreno strettamente storiografico, lo produce certamente nella sua altissima e raffinatissima riflessione etica e politica, poiché considera la grave situazione nella quale la classe dominante ha condotto il nostro Paese, tra furberie, inganni e trasformismi. Di qui, per noi, il terribile interrogarsi antoniano: sarà stato dunque il Risorgimento l'impresa effimera di una esigua schiera di uomini generosi?


 
       














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